Curiosa mente

La sfida di Emilia, stilista a 50 anni

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Dopo aver lavorato per i brand più famosi, la Scaccia si mette in proprio, firma una linea tutta sua e presenta la sua prima collezione. Conciliando sensualità e praticità

 

Si può dire che lei la moda ce l’abbia nel sangue. E non solo perché le sue creazioni riscuotono grande successo. Ma anche perché l’odore delle stoffe e il suono della macchina da cucire su Emilia Scaccia hanno esercitato un’attrazione quasi magnetica fin da quando era una bambina. “L’amore per ciò che ruota intorno alla realizzazione di un abito io l’ho ereditato da mia madre, che di professione faceva la sarta e che mi ha insegnato tanto”, racconta infatti la stilista romana che, a 50 anni, ha deciso di rimettersi in gioco, regalandosi l’emozione di un brand, “Emylia”, che porta il suo nome. Dopo aver lavorato per alcune delle firme più prestigiose dell’haute couture nostrano e anche per famosi marchi di pret a porter, la Scaccia ha deciso di lanciare una linea tutta sua, fatta di forme pulite e materiali ricercati. Perché per lei femminilità non significa mettere in risalto le forme, bensì sapersi muovere, saper indossare un capo, a prescindere dall’età e dal fisico: “L’importante è essere a proprio agio con il proprio corpo. Perché è la persona che fa l’abito, non viceversa”.


Per i suoi 50 anni si è regalata un brand che porta il suo nome: che effetto le fa?
Ancora non riesco a rendermene pienamente conto. È sempre così quando si tratta di qualcosa che mi riguarda da molto vicino: realizzo un po’ dopo. Detto questo, provo comunque tanta emozione e anche un po’ di paura. Quando ci si mette in gioco, si avvertono delle sensazioni contrastanti. Da una parte si temono le critiche, i giudizi. Dall’altra si provano tanta euforia e felicità. Alla fine, quello che resta è un: vada come vada. Non ho la pretesa di arrivare al primo posto: voglio soltanto divertirmi lavorando.

Come mai ha deciso di creare la sua linea solo adesso?
In realtà, ho sempre avuto questo desiderio. Ma per anni sono stata presa dalla crescita di mio figlio, dall’insegnamento – sono docente all’Accademia del Lusso di Roma – e dal mio lavoro, che è sempre consistito nella realizzazione di abiti importanti, in collaborazione con case di moda prestigiose e anche con noti brand di pret a porter. Certamente pensavo a una linea tutta mia, ma temevo di non avere il tempo da dedicare alla sua realizzazione. Poi però mi sono detta: o adesso o mai più. E così l’ho fatto.


Soddisfatta del risultato?
Di solito sono molto critica con me stessa. In questo caso, però, devo dire che sono stata brava. Normalmente, quando crei degli abiti, dopo un po’ che li hai sotto gli occhi, finisci per stancartene. Invece con Emylia non mi sta capitando.

Qual è la sua idea di stile?
Io sono molto minimalista: amo le figure geometriche, pulite, molto lineari. Sono un po’ androgina nei gusti, per me la donna deve essere quasi unisex. Femmina e sensuale quando occorre, pratica nella quotidianità. Magari può essere il tessuto a essere particolare, lussuoso, con dei ricami.


Femminilità, dunque, nella sua visione di stile, non significa scoprire il fisico?
No, esatto. Non significa nemmeno mettere in risalto le forme che, comunque, ci devono essere: la mia donna di riferimento porta una taglia 42. Per me la femminilità è sapere indossare un capo. Bisogna sapersi muovere, essere a proprio agio con il proprio corpo, saper camminare sui tacchi. È la persona che fa l’abito, non il contrario.

Cosa guarda di una donna per capire qual è l’abito più adatto a lei?
La prima cosa che guardo sono i movimenti che fa appena entra nel mio atelier, la sua postura, il suo modo di camminare. Quello mi fa capire cosa può indossare in una determinata occasione. A me non piace una donna che non si muova in maniera naturale quando indossa un abito, per bello che questo possa essere.


I capi evergreen, da avere sempre nell’armadio?
Una giacca, che è giusta per qualsiasi occasione, perché veste sempre, a prescindere da cosa si indossi sotto. Stanno tornando le giacche da uomo con le spalle a sella, un po’ anni ’90. Poi un bel paio di jeans, un pantalone classico, cinque tasche. E un tubino nero, adatto per qualsiasi serata.

C’è qualcosa che, dopo i 40 anni, non sarebbe più il caso di indossare?
La minigonna, anche se si hanno delle bellissime gambe. Trovo che, dopo una determinata età, non sia elegante.


Una formula per essere sempre eleganti?
Una camicia bianca con una bella giacca sopra e un pantalone. La semplicità vince sempre.

Com’è la sua collezione autunno/inverno 2017-18?
Per il pret a porter ho cercato di utilizzare dei tessuti molto comodi, come il punto Milano o dei tessuti tecnici. Le linee sono semplici e minimaliste. Per la sera, invece, ho disegnato abiti molto diversi. Di notte si ha la possibilità di giocare e osare, di trasformarsi diventando quello che non si è nella vita di tutti i giorni. Nella mia collezione gli abiti da sera hanno linee pulite, ma tessuti particolari. Paillettes, pizzo lavorato, tessuti tecnici.


Qualche anticipazione sulla collezione primavera/estate 2018?
Sarà sempre minimalista, come sono io. Ho ideato dei camicioni da poter utilizzare con dei cinturoni, pantaloni molto ampi, a vita alta. Abiti comodi, quasi chemisier.

I suoi abiti vengono creati e sono esposti a Roma in Spazio 2.0, luogo nato anche grazie al suo sodalizio con lo stilista Antonio Martino. Cos’è Spazio 2.0?
È una grande libertà di espressione, un rifugio. È quasi una casa di creatività, per me e per Antonio. E mi piacerebbe lo fosse anche per altri giovani che vogliono esporre qui e che desiderano tirare fuori le proprie idee.

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