James Damore google
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“Le donne vanno discriminate”. E Google lo licenzia

James Damore, ingegnere ai servizi del colosso californiano, è stato allontanato dall’azienda per aver scritto e pubblicato un manifesto sessista contro le politiche del gruppo in favore delle assunzioni di personale femminile. Ora qualcuno teme che venga ingaggiato da Donald Trump

 

James Damore è, o meglio era, un ingegnere ai servizi del colosso Google. È stato recentemente licenziato a causa di un vero e proprio manifesto sessista, scritto di suo pugno e pubblicato su una rete interna all’azienda, Blind. In dieci pagine, mette sotto accusa le politiche del gruppo californiano per le misure adottate per favorire l’assunzione di donne (oggi solo il 20% nelle mansioni tecnologiche e manageriali) e rappresentare meglio le minoranze etniche (bianchi e asiatici, 53 e 39%, mentre neri e ispanici 1 e 3%). Secondo Damore, tali percentuali non sono casuali, e la natura umana non andrebbe forzata con futili contromisure a favore dell’integrazione. Ossia, l’uomo vada a caccia e la donna si occupi della prole, e la razza bianca domina su tutte. Queste teorie, secondo Damore, affondano le loro radici nientemeno che nella scienza. I ragionamenti dell’autore si basano sul fatto che preferenze e capacità si distribuiscono diversamente tra uomini e donne: mentre i primi sarebbero più attenti al rapporto con la realtà, più competitivi e concentrati sullo status professionale, le donne sarebbero invece più portate per i rapporti umani, le scelte collaborative, e un maggior equilibrio tra vita privata e lavoro. Questi discorsi fanno tornare alla mente il caso di Larry Summers: nel 2005 l’allora presidente di Harvard in una conferenza di economisti provò a spiegare la scarsa presenza di donne nei vertici accademici e nelle facoltà matematiche con argomenti biologici e di organizzazione sociale. Sommerso dalle critiche, si scusò ripetutamente, ma la ferita non fu mai ricucita: dovette lasciare Harvard. Per quanto riguarda il caso Google, il documento ha suscitato reazioni aspre, ma anche divisioni. Mentre molti si ritengono indignati da considerazioni che in parte giustificherebbero le disparità, diversi altri dipendenti si sono detti solidali, anche se in modo anonimo, con l’estensore del manifesto. Oltre a negare discriminazioni verso le donne e alcune minoranze etniche, l’autore sostiene che la vera discriminazione in atto è politica: contro i conservatori che la pensano diversamente ma, schiacciati dalla maggioranza, stanno zitti. È stato però astuto: si è appellato ai conservatori proprio mentre Trump si preparava a chiedere conto alle università dei risultati delle loro affirmative action a favore degli studenti neri. Chissà che, con tali credenziali, non entri ora nell’entourage presidenziale.

 

 

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