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“The French Dispatch”: un meraviglioso giocattolo cinematografico

La follia della creatività più ossessiva dà vita a questo meraviglioso film che fa venire voglia di essere visto e rivisto

The French Dispatch

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di Wes Anderson
Con Benicio del Toro, Adrien Brody, Tilda Swinton, Léa Seydoux, Frances McDormand, Timothée Chalamet, Lyna Khoudri, Jeffrey Wright, Mathieu Amalric, Stephen Park, Bill Murray, Owen Wilson, Christoph Waltz, Edward Norton, Jason Schwartzman

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Non mi succede quasi mai: appena finito il film, ho pensato di tornare presto a rivederlo. La stessa sensazione di quando vuoi rileggere un libro perché capisci di non essere riuscita a goderti tutto. L’ultimo lavoro di Wes Anderson è di una ricchezza infinita. Come un ottimo libro, come una rivista di quelle di una volta, come il New Yorker che per tanti versi omaggia.

E’ un film unico, un film-libro, un film-rivista. In senso proprio perché racconta la preparazione dell’ultimo numero di una rivista in concomitanza con la morte del suo fondatore. Una rivista americana che però si pubblica in un paese francese inventato, il cui nome è tutto un programma “Ennui sur Blasé”. Troppo cerebrale? Può essere, anzi probabile, ma se starete al gioco vi potrete crogiolare nella meraviglia assoluta, in un tripudio fantasmagorico di idee e di attori, tutti docilmente al servizio di un regista genio e dei suoi scatenati cosceneggiatori.

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Il film è strutturato esattamente come il numero di una rivista culturale di alto profilo, sullo stile appunto del New Yorker e come questa è ricco, colto, sofisticato. Per essere precisi, The French Dispatch è il supplemento domenicale di un quotidiano del Kansas, ma il risultato è lo stesso: una splendida rivista autoriale. Le pagine fitte di testo, foto, box, didascalie chiedono di essere lette con attenzione, guardate e riguardate, sfogliate per poi tornare indietro, fermandosi a riflettere. Con un film, in sala, non puoi farlo e proprio per questo la voglia di rivederlo è incontenibile. Ci sono momenti in cui vengono inquadrati gli articoli impaginati e nelle edizioni per i vari paesi i testi sono stati tradotti nelle varie lingue. Ossessivo? Maniacale? Probabilmente, ma anche grandioso e magnifico.

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Le scene sono affollate, ricche di dettagli tutti perfetti che non riusciamo a decifrare. Gli attori sono una più bravo dell’altro, cera morbida nelle mani del regista che li trasforma in personaggi unici a cui regala primi piani troppo veloci. Fermati, Wes, aspetta, fammi guardare bene! Oppure ragalamela la tua rivista che me la leggo con calma, regalami le foto di scena che me le appendo tutte in casa.

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Di cosa parlano gli articoli? Di una realtà che è sempre leggenda quindi, quello che va in stampa, sarà la leggenda. In uno dei pezzi il giornalista racconta una contestazione studentesca in cui poco si parla di politica e molto di cultura e costume con mille citazioni. In un altro un commissario insegue i rapitori del figlio in un crimine paradossale. Una delle storia ci catapulta all’interno di un carcere dove un ergastolano psicotico e innamorato racchiude nella sua follia il talento di Van Gogh e quello di un artista della body art.

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Siamo di fronte alla follia della creatività più ossessiva, un tuffo in un estetismo antico da casa di bambole che produce un gigantesco meraviglioso giocattolo. Facciamo indigestione, come bambini rimasti chiusi in una pasticceria per una notte intera. Ubriachi, vaghiamo in un luna park di emozioni e immagini dove al colore si alterna il bianco e nero, dove i personaggi diventano figurine di latta che il dio creatore muove su una scacchiera dove a dominare è la sovrabbondanza sovrana. Che vi devo dire? Io tutto questo lo adoro.

 

 

 

 

 

 

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