Due protagonisti eccezionali per il film del regista iraniano Asghar Farhadi che invece ha molte pecche perché privo di emozioni, di sorprese, di scatti di genio e di commoventi colpi al cuore. Ma non della bravura degli attori
Tutti lo sanno
Un film di Asghar Farhadi Con Penelope Cruz, Javier Bardem, Ricardo Darín
Javier Bardem è attore fin nell’ultima cellula del suo corpo. Gli piace gigioneggiare, ma sa anche trovare la misura della discrezione, in alcuni film è stellarmente attraente (penso a Vicky Cristina Barcelona, di Woody Allen) in altri così poco affascinante da diventare persino respingente (è il caso di Non è un paese per vecchi, dei fratelli Coen). Non smentisce la sua fama neppure nel film del talentuoso regista iraniano (due volte Premio Oscar) Asghar Farhadi: vedere recitare l’attore spagnolo è una lezione e un piacere, non sbaglia un’espressione, si immedesima col personaggio con tutto il corpo, cambia, palpita, si trasforma.
Ho avuto modo di notarlo perché… perché il film invece è noioso! Spiace dirlo in modo tanto sbrigativo, ma purtroppo è così, a cominciare dall’estenuante sequenza iniziale (in tempo quasi reale…) di una festa di matrimonio. Certo aveva anche un senso immergere lo spettatore nella caotica girandola di pranzi e balli che non finiscono più, confonderlo mettendo in scena decine di persone, volti, dialoghi e rendere quindi credibile, in tutto quel bailamme, che il rapimento di una ragazzina potesse passare inosservato. Essendo però noi spettatori persone di media intelligenza l’avremmo capito anche con un quarto d’ora di meno.
Va be’, pazienza. La storia dunque è quella di una quattordicenne che arriva con la madre e il fratellino nel paesino spagnolo d’origine per un matrimonio, mentre il padre rimane in Argentina. Ma, appunto, durante l’interminabile banchetto di nozze, la ragazza sparisce. Il film racconta la sua ricerca e i ruoli che ha ogni componente del nutrito gruppo familiare, intricato e avvelenato come ogni famiglia che si rispetti.
Man mano nel corso del film emergono segreti, non detti in realtà noti a tutti (da cui il Tutti lo sanno del titolo), rancori, velate e poi dichiarate vendette, frustrazioni mai sanate.
Madre della ragazzina e motore con Javier Bardem della storia è Penelope Cruz, anche lei brava nel ruolo della donna dolente, ma il regista la costringe a esasperarlo oltre misura. Anche qui siamo di sufficiente sensibilità per intuire che una madre a cui viene sottratta la figlia non possa che essere disperata. Non serve ribadirlo un’inquadratura sì e un’altra pure.
Quello che non funziona nel film (a parte la lunghezza davvero eccessiva) è il suo essere stato costruito come un teorema: il regista, a cui interessano soprattutto i legami familiari meglio se complessi, voleva raccontarci come tutto crolli quando in una famiglia si lasciano inacidire ingiustizie e rancori. Purtroppo per lui (e per noi) un film non è un saggio di terapia sistemica e neppure un testo di psicanalisi, un film ha bisogno di emozioni, di sorprese, di scatti di genio e colpi al cuore. Qui non ci sono.
Ecco perché ho così apprezzato la bravura di Bardem: ne ho avuto tutto il tempo (e anche qualcosa di più).
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