RIFLESSI DI CINEMA

Vedi Boston e poi muori

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Il crudo film sull'attentato alla maratona del 2013 risveglia quel malessere che tutti noi cittadini del mondo occidentale proviamo e quella sensazione di insicurezza e minaccia, che ha infranto la speranza di un luminoso futuro di pace. Oggi più che mai

 

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BOSTON CACCIA ALL’UOMO
di Peter Berg
con Mark Wahlberg, Kevin Bacon, John Goodman, J.K. Simmons, Michelle Monaghan
Nelle sale dal 20 aprile
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Potrebbe essere semplicemente un action movie di buona fattura: ci sono dei criminali in fuga e la città intera che collabora, con colpi di scena che si susseguono e alla fine i buoni che hanno la meglio. Attori all’altezza, location adeguate, scene adrenaliniche. Non manca nulla.
Ma questa pellicola è molto di più di un film d’azione, perché la storia di “Boston – caccia all’uomo” non è inventata e neppure vagamente ispirata a fatti veri:  è la riproposizione  dettagliata, come in differita, di una tragedia realmente accaduta che risveglia quel malessere che dal 2001 in poi tutti noi cittadini del mondo occidentale in maniera differente proviamo, quella sensazione fatta di  insicurezza, minaccia, avvisaglie di sensi di colpa che ha scardinato ogni certezza e infranto molte speranza su un luminoso futuro di pace.

Il film ricostruisce infatti le esplosioni dell’aprile 2013 alla maratona di Boston, evento clou del Patriots’ day (celebrazione delle battaglie che hanno dato inizio alla guerra di Indipendenza americana), attentato in cui 4 persone – compreso un bambino di 8 anni – sono morte e 264 sono rimaste ferite.
Forze di polizia, Fbi e comuni cittadini tutti uniti hanno contribuito alla gigantesca caccia all’uomo durata 105 ore per trovare i due terroristi, due fratelli ceceni: il primo viene ucciso in uno scontro a fuoco con gli agenti, l’altro verrà trovato nascosto sotto il telo di una barca nel cortile di un’abitazione a Watertown ed è a tutt’oggi in carcere, con una condanna a morte sulle spalle.
La sensazione destabilizzante di assistere ai fatti in diretta è accentuata dagli spezzoni di filmati di cronaca inseriti nel corso della vicenda che si amalgamano in maniera fluida con la ricostruzione fin maniacale che va oltre le intenzioni del film e assume il sapore di una rivincita patriottica l’orgoglio di una città intera che si è sentita ferita e ha vinto. Non è un caso che il protagonista Mark Wahlberg, cresciuto nel quartiere di Dorchester e quindi bostoniano doc, abbia voluto entrare nella produzione, poi molti cittadini hanno concesso case e luoghi privati per le riprese.


Fin qui i fatti. Ora non so voi come la prenderete, ma io ho visto il film in una sorta di ipnosi, come se si attivassero di volta in volta parti diverse del cervello, perché la regia è così forte e le riprese sono così interne alla situazione da trascinarti nel cuore della storia. Inquadratura dopo inquadratura corri  assieme ai partecipanti alla maratona e poi sei in mezzo alla folla dietro le transenne. Con una differenza: tu sai quello che accadrà. Perché vedi la preparazione degli ordigni da parte dei due terroristi, quelle due pentole a pressione piene di chiodi e lamette e portatrici di morte e sangue. Sarà inevitabile, tu lo sai quelle che è successo, conosci la storia, avevi visto i servizi alla televisione e letto i giornali. Seduta in platea, guardi i volti sorridenti e ti chiedi chi cadrà sotto la bomba. Guardi la famiglia felice col bimbo sul passeggino e temi per la loro vita. Tu sei lì, con loro, in mezzo a loro.


Troppa retorica? Ecco questo è quello contro cui ti mette in guardia l’altra parte del cervello che entra in scena, bisbigliandoti che si tratta dell’ennesimo film che esalta il patriottismo americano, non così diverso da quando i soldati sconfiggevano gli indiani.
Eppure. Eppure sì, sarà anche retorica ma quella che stai vedendo è al tempo stesso una storia vera così dannatamente simile a quelle che continuiamo purtroppo a vedere alla tv e sui giornali che il sospetto della retorica finisce subito nelle retrovie. La visione del film si confonde così con altre esperienze personali, altre immagini, ti fa ricordare la storia che ti ha raccontato  il tuo amico che era al Bataclan e a quell’altra del figlio di una tua collega a Berlino per l’Erasmus quando il tir della morte ha fatto strage al mercatino di Natale, o quella vissuta dai tue teneri innamorati che passeggiavano tranquilli sugli Champs Elysèes senza sapere che avrebbero assistito all’ennesima follia umana… Insomma gli attentati di Boston ti entrano sotto pelle perché in qualche misura ti appartengono. L’esperienza del terrore, ahimè, non è più qualcosa altro da noi. Vedere quindi un film che ti porta in mezzo a quello che, anche se non lo confessiamo neppure a noi stessi, temiamo possa accadere vicino a noi o a chi amiamo scatena emozioni ambivalenti, di rabbia, pietà, impotenza, vendetta.

Senti salire la commozione e la tensione, poi fai marcia indietro e di nuovo ti dici che è tutto troppo patriottico e retorico e che gli americani devono smetterla di pensare di essere i migliori e ti chiedi se abbia senso questa apoteosi della grande nazione americana e se tutti questi eroi sono veri o solo un’invenzione  Ma subito dopo  in ospedale al capezzale dei feriti con la disperazione dei sopravvissuti ci sei anche tu e senti affiorare quel sottile terrificante senso di colpa di quelli che rimangono e ti pesa sulle spalle la croce del sopravvissuto.
Senti l’eco di quelle parole di moda  – e che io trovo insostenibili – di chi davanti a ogni attentato nel mondo occidentale ti ricorda col visetto da maestrina che ci sono bambini uccisi in Siria, dimenticando che in Francia, in Inghilterra, in Svezia o negli Usa fino a prova contraria  non si è in guerra. E dimenticando pure che la storia è il risultato di un concatenarsi di vicende e azioni e andare oggi volta a riguardare al passato ha come unica conseguenza quella di giustificare ogni nefandezza.
La ridda di pensieri che si affastellano guardando questo film – che certo è ben consapevole di voler scatenare esattamente queste reazioni – ti fanno pensare, ti fanno star male, ma alla fine ti fanno amare i cittadini di Boston, e il loro credere con orgoglio in una società tollerante, libera e democratica.


A dare il colpo di grazia alle mille idee contraddittorie che ti son venute guardando “Boston – caccia all’uomo” ci mancava giusto  il finale, quando sullo schermo scorrono le immagini dei veri protagonisti della vicenda, a ennesima, superflua conferma che hai appena visto una storia vera. Impossibile non avere il cuore dalla loro parte.
Certo, una ricostruzione non è mai il racconto fedele della realtà, mille dettagli si possono modificare e plasmare, anche mistificare, ma si esce dal film con una gran voglia di giustizia (non di giustizialismo) e con la speranza non sopita che il prossimo film di questo tipo sia un solo un bel colossal tutto di finzione.

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