L'EDITORIALE

9 giugno, la data che a me ha spiegato il senso della vita

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Nel dizionario italiano c’è una parola poco conosciuta e quasi mai pronunciata nemmeno da chi, senza rendersene conto, la mette in pratica. Questo vocabolo è “resilienza” e questa è una storia di resilienza

 

Nel dizionario della lingua italiana c’è una parola poco conosciuta e quasi mai pronunciata nemmeno da chi, probabilmente senza rendersene conto, la mette in pratica tutti i giorni. Questo vocabolo è “resilienza” e deriva dal verbo latino resalio, che significava il gesto di tentare di “risalire” su una barca rovesciata, anziché rinunciarvi a priori lasciandosi affogare. Oggi indica la capacità di reagire a eventi traumatici, di riorganizzarsi positivamente dinanzi alle difficoltà improvvise e di ricostruirsi anche attraverso nuove opportunità. Dunque, è una persona resiliente chi, in circostanze avverse, riesce a fronteggiare efficacemente le contrarietà e a dare nuovo slancio alla propria esistenza.
Pur appartenendo io stesso a tale categoria (e più avanti spiegherò come e quando l’ho scoperto), non avevo mai riflettuto sulla sua essenza prima di imbattermi nella storia di Francesca Del Rosso e Alessandro Milan, due colleghi giornalisti, genitori di un compagno di scuola di mio figlio. Lei, sette anni fa, palpandosi il seno come è opportuno che facciate periodicamente voi signore, percepì al tatto quel maledetto sassolino che annuncia la presenza del nemico più temuto. Da quel giorno cominciò a combattere l’alieno che stava invadendo il suo corpo, non soltanto con la chemioterapia, ma anche con la forza di volontà e, soprattutto, con massicce dosi di ironia, assumendo lo pseudonimo di Wondy, abbreviativo di Wonder Woman, il supereroe al femminile che si batte contro il male, e raccontandosi in un blog e in un libro che, tra sorrisi e lacrime, divenne un best seller e uno sprone per tante donne alle prese con lo stesso drammatico problema.
Ma tutto questo non è bastato, e la storia di Francesca non ha avuto il lieto fine che avrebbe meritato. Wondy a dicembre 2016  ha dovuto arrendersi a quel subdolo e insistente avversario che non si era mai stancato di aggredirla, e alla fine è riuscito a sconfiggerla.
Ed è a questo punto che Alessandro, rimasto solo con i loro due bambini, anche per non disperdere il messaggio che sua moglie aveva diffuso mentre attraversava col cuore pieno di speranza il tunnel della paura, ha voluto e saputo promuovere la più efficace e struggente campagna di marketing a sostegno, appunto, della resilienza, per mezzo di testimonianze, mostre e ricordi di Wondy, alla cui memoria ha istituito anche un concorso letterario che ne porta il nome e che premierà la migliore opera scritta proprio sul tema della capacità di reagire alle sventure.
Perché vi ho raccontato ciò? Perché tutti – e lo sapete anche voi, care amiche lettrici  ci troviamo prima o poi a dover fare i conti con piccole o grandi avversità, per fortuna non sempre invalicabili come quella che ha dovuto affrontare Francesca, ma capaci comunque di mettere a dura prova la nostra resistenza. E sta solo a noi saperla trasformare in resilienza, dimostrando, come scrive lo psicologo Pietro Trabucchi nel suo saggio Resisto dunque sono, che “gli esseri umani sono stati progettati per affrontare con successo difficoltà e stress. E in questo campo sono molto più forti di quanto comunemente si creda”. In tal senso l’esempio di Alessandro Milan può risultare molto efficace. E lo sostengo con cognizione di causa, perché anch’io ho messo in atto la stessa strategia, ben prima di conoscere la sua storia.
E’ successo, infatti, anche a me, 14 anni fa, quello che più recentemente è capitato a lui: il solito sassolino bastardo si è abbattuto come uno tsunami sulla mia vita, diventando un macigno e portandosi via in pochi mesi la mamma delle mie tre figlie.
Come ha spiegato lo stesso Alessandro, esistono due modi di reagire di fronte a un destino crudele: rintanarsi in se stessi o reagire attraversando il dolore. Io scelsi, non so neppure se guidato da un puro istinto o da un’autentica consapevolezza, la seconda via, scoprendo dentro di me la forza sconosciuta che c’è in tutti – basta cercarla – e che sta alla base di quella che ora riconosco come resilienza. E, in più, lungo quella strada, che in certi punti procede stretta e ripida, ho avuto la fortuna (ma forse anche il merito) di trovare un’altra donna splendida, capace di mettersi al mio fianco con amore, intelligenza e coraggio, senza la pretesa di sostituire chi non c’era più, ma con la determinazione di non farsi neppure sfiorare dalla sindrome di Rebecca, aiutata, per sua stessa pubblica ammissione, da tre cose: “La serenità dell’uomo che avevo incontrato, la fiducia delle sue figlie in lui e le parole della loro mamma che aveva detto: se papà decidesse di rifarsi una vita, non ostacolatelo”.
E così, proprio come Alessandro Milan, anziché lasciarmi affogare nel mare della disperazione, sono risalito sulla barca. Che poi – e qui la tragedia diventa favola – magicamente si è trasformata in una culla, perché dal matrimonio con la donna della mia seconda vita è nato un bambino, venuto al mondo a quattro anni esatti dalla scomparsa della donna della mia prima vita, lo stesso identico giorno, il 9 giugno.
E, che si sia trattato di un segnale mandato dal Cielo, o di un esempio lampante di quel fenomeno inspiegabile che Jung definisce “sincronicità”, o di uno spunto formidabile per un racconto degno della mitologia greca, o più semplicemente di una pura casualità (dopo tutto, c’era pur sempre una probabilità su 365 che i due eventi si sovrapponessero sul calendario), in questa pazzesca coincidenza di date, che ogni anno costringe me e la mia famiglia a passare nel giro di un’ora dalle candele e dalla malinconia di una messa in suffragio alle candeline e all’allegria di una festa di compleanno, io intravvedo il senso misterioso della vita. Ma, in fondo, anche il suo terribile fascino.

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