RIFLESSI DI CINEMA

Cinema italiano, mai così in basso

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A parte pochissimi autori (Moretti, Virzì, Garrone e Sorrentino), il resto del cinema nostrano suscita ormai solo un sentimento misto di rabbia e imbarazzo. A cominciare dalla commedia che ne segnò la grandezza...

 

Capita che venga travolta dai sensi di colpa, per pericolosa mancanza di spirito patriottico: perché parlo così di malavoglia del cinema italiano? E per di più mi tiro fuori dal coro quando tutti si indignano perché a Cannes non ci sono opere italiane in concorso, ma ci sono in compenso film di tutti i paesi del mondo, più o meno dal Burundi alla Papua Nuova Guinea?
Io lo conosco il motivo: sarei noiosa e ripeterei sempre le stesse cose. A parte Nanni Moretti, Paolo Virzì, Matteo Garrone che mi piacciono sempre e Paolo Sorrentino, che mi piace anche quando non mi piace, quasi tutto il resto del cinema nostrano mi suscita un sentimento misto di rabbia e imbarazzo. Ma quando i produttori e i registi assistono alle prime proiezioni private, non si rendono conto di quello che stanno vedendo, del prodotto che hanno finanziato? E prima, qualcuno lo avrà ben letto il copione, si sarà detto che quella storia valeva la pena di essere raccontata, avrà tirato fuori dei soldi (no, questo no, avrà preparato una bella bozza per un mosaico di finanziamenti pubblici tax credit e via proseguendo). Si sarà poi, sempre il produttore di cui sopra, immaginato in fieri quel che poteva nascere dal progetto? E quello che si prefigurava corrisponde alla sciatteria che adesso gli stanno proiettando? Forse no, ma forse nessuno se ne occupa sul serio, nessuno si dà la pena di dedicarci cinque minuti di riflessione. O autocritica.

Il sorpasso

Sul podio del peggio, va detto, siedono le commedie, i famigerati prodotti medi, quelli che dovrebbero sostenere l’industria. I film che hanno preso il posto delle mitiche commedie degli anni Sessanta dirette da giganti come Dino Risi e Mario Monicelli. E scritte da sceneggiatori che sapevano fare il loro mestiere, vivevano in mezzo alla gente, frequentavano i bar, bazzicavano per le periferie, parlavano con le persone. E prendevano appunti o avevano una gran buona memoria, perché tutto quello che finiva sullo schermo era vero, credibile e suscitava nello spettatore un riconoscimento immediato, anche quando i personaggi erano esagerati. In film come “Il sorpasso”, “I mostri”, “La voglia matta”, “Io la conoscevo bene”, “Una vita difficile” e cento altri, si specchiava l’Italia, con tutti i vizi e le virtù e anche le peggio staffilate erano portate a segno con quell’empatia che addomestica anche il peggior cinismo. Che non mancava, perché le bordate erano spesso pesanti, gli italiani non ne uscivano bene, ma erano uomini e donne veri e capivi che qualcosa si poteva fare per migliorarli e migliorarci. Erano caratteri nobili, alcuni, mascalzoni altri, tutti affiancati dai caratteristi, mai sviliti a livello di macchiette. Oggi, invece solo quelle troviamo: macchiette protagoniste di gag che sfigurerebbero persino in un cabaret tv di terza serata su una rete minore.

I mostri

Ecco, quando guardo una commedia italiana, non cito titoli perché basta dare un’occhiata ai film in programmazione, non riesco a credere neppure a una parola di quello che mi stanno raccontando. I dialoghi sono insensati, gli intrecci inverosimili, i personaggi si vestono e si pettinano come nessuno si veste e si pettina nella vita vera. E le case? Tutte bellissime con terrazzi, attici e super attici, anche se chi le abita è un impiegato delle poste. Va be’, aveva qualche soldo da parte, sorvoliamo sulla casa troppo lussuosa. Però un altro dubbio mi rode: perché non ci vive? In giro non c’è nulla e complementi d’arredo, biancheria e suppellettili sembrano ancora sugli scaffali di Zara Home. E molte sono ancora impacchettate in qualche armadio sul set, perché l’appartamento è vuoto. Non sono case, ma show room dove si presenta l’ultima collezione Ikea o di Poltrne & Sofà. Provate a guardare un film americano o francese o di qualunque altro paese e osservate le case. Sono disordinate, piene di oggetti vissuti che ti raccontano la personalità di chi le abita. Guardate una commedia nostrana: superfici lucide e piatti coloratissimi, servizi completi, neppure una tazzina col bordo sbrecciato. Il gelo polare dei sentimenti.

Una vita difficile

 Le situazioni sono improbabili, i personaggi si comportano tutti da idioti. Le donne sono isteriche o aggressive e morire che abbandonino il tacco 15 anche quando sono in vestaglia. Gli uomini sono imbecilli, svagati o carogne senza motivo, la banalità regna sovrana, ma mai quanto il ridicolo. Mettetevi nei loro panni: compireste mai una delle azioni che loro portano avanti? Avreste le stesse reazioni?

Poi ci sono i figliocci de “La piovra” e di “Romanzo criminale”. Lì tutti brutti sporchi e cattivi, tatuati e gonfi di steroidi, ma non li si vede bene perché l’insegnamento a cui inchinarsi è: adrenalina, adrenalina, adrenalina, che tanto il massimo a cui possono aspirare è assomigliare a un videogioco.

Lo chiamavano Jeeg Robot

Fiore

Indivisibili

Insomma, non ho proprio voglia di parlare di cinema italiano, negli ultimi mesi (anni…) a salvarsi, a parte gli autori che mi piacciono anche quando non mi piacciono, e i maestri che da soli non bastano a sostenere un’industria, metterei solo “Anime nere”, “Fiore”, “Indivisibili”, “Lo chiamavano Jeeg Robot”, più una manciata di piccoli film indipendenti che non ha visto nessuno, perché sono ahimé, ahimé, le commedie a fare la parte del leone e a conquistarsi articoloni sui giornali. E, guarda i casi della vita, quasi sempre con paginate di anticipazioni prima dell’uscita e un rispettoso silenzio, come al capezzale di un moribondo, quando l’opera nella sua splendida insignificanza arriva nelle sale. Ecco perché non ho voglia di parlare del cinema italiano. Ecco perché anche quest’anno sulla Croisette non si parlerà italiano.

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