RIFLESSI DI CINEMA

Ecco “Il primo re”, ovvero quel mezzo cavernicolo di Romolo

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In realtà il protagonista del film di Matteo Rovere è Remo, interpretato da Alessandro Borghi, che cederà al fratello in una lotta tribale tra primitivi, coraggiosa versione inedita della storia che portò alla fondazione di Roma

 

Il primo re

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Regia di MATTEO ROVERE
Con ALESSANDRO BORGHI e ALESSIO LAPICE

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Esperimento coraggioso, sulla scia del successo di alcune serie televisive e, chissà, anche del revanscismo nazionalista che sta percorrendo il nostro Paese, Il primo re è un film che assomiglia a ben poco altro del panorama italiano.
In sintesi, è la storia leggendaria che precede la fondazione di Roma, la solidarietà e poi lo scontro fra Romolo e Remo nei boschi laziali, una lotta che assomiglia molto a quella di Caino e Abele.

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Un ritorno ai gloriosi peplum degli Anni 50? A film come Romolo e Remo di Sergio Corbucci quando correva l’anno 1961? O magari, dello stesso anno, Il colosso di Rodi di un Sergio Leone alle prime armi? Niente di più sbagliato, qui siamo in un territorio completamente diverso. E se dobbiamo trovare qualche parentela dobbiamo andare da un’altra parte, arrivando fino a La guerra del fuoco, di Jean-Jacques Arnaud, Apocalypto di Mel Gibson o Revenant. Ovvero, niente eroi patinati, ma la ricerca del mito primordiale, quello delle origini nel senso più ruvido del termine.

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I Romolo e Remo de Il primo re sono uomini poco più che primitivi, senza imperi e senza terre, eroi tribali che ai riti tribali si sottomettono. Riti scarni ancora in fieri che il film rappresenta divisi fra l’aspirazione al divino e una ragione di stato in embrione.
In una foresta popolata da tribù pacifiche che vivono in capanne, attente a che il sacro fuoco non si spenga mai, si aggirano guerrieri alla ricerca di un territorio da colonizzare, una città da fondare, un luogo dove finalmente fermarsi.

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Infangati, feriti, coperti di pelle animali, si nutrono di carne cruda e combattono, non sempre capendo i motivi degli scontri sanguinosi, ma lentamente la consapevolezza di una civiltà all’orizzonte comincia ad affiorare nelle loro coscienze immature. Ecco allora lo scontro fra Romolo e Remo, il primo rispettoso del divino, attento alle custodi del fuoco che è poi il mistero insondabile dell’umano troppo umano. E Remo, insofferente a ogni sottomissione fosse pure quella del mistero di un dio.

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Matteo Rovere
è regista di mestiere e nelle riprese muscolari si sente tutta la sua passione e il coraggio della sfida di un film così particolare che ha persino abbracciato nel linguaggio la scelta di un eccentrico protolatino che necessita di essere sottotitolato.
Forse prolisso, diciamo che un venti minuti in meno male non avrebbero fatto, ma comunque un film che va visto, non fosse altro che per parlarne “in società”: di sicuro farà discutere.
Bravo bravo Alessandro Borghi, qui il fremente Remo, che film dopo film dimostra di essere dovunque l’uomo giusto al posto giusto.

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