La pellicola di Andrea Adriatico racconta la breve vita di Mario Mieli, un “uomo-donna-dio-dea-falena-farfalla”, che ha rappresentato una figura importante e indimenticabile nel periodo in cui il movimento omosessuale muoveva i suoi primi difficili passi alla luce del sole
GLI ANNI AMARI
regia di Andrea Adriatico con Nicola Di Benedetto | Sandra Ceccarelli | Antonio Catania | Tobia De Angelis | Lorenzo Balducci | Giovanni Cordì | Francesco Martino | Davide Merlini e con Anas Arqawi
Aspettavo con emozione l’uscita di questo film: posso parlare un po’ di me? Allora, stavo per scrivere curiosità, trepidazione, preoccupazione, poi mi sono resa conto che la parola giusta era solo emozione. Perché tanto di quello che il film immaginavo raccontasse mi toccava da vicino e mi riportava alla mia burrascosa adolescenza, ad anni, di sicuro meno amari di quelli di Mario Mieli, che sono stati fondanti poi per tutti quelli a venire.
Ho conosciuto Mario Mieli, che aveva un paio d’anni più di me, perché frequentavo lo stesso suo liceo: il Parini, nel periodo più tempestoso della sua storia. Erano anni in cui non si conoscevano tanto i compagni di classe quanto le persone che condividevano le tue passioni, quelle di allora erano la politica, la psicanalisi e soprattutto una spinta irrefrenabile a distanziarsi dalle nostre famiglie e da tutto quello che era stato prima. Mario Mieli, gentilissimo, efebico, ballerine nere, pantaloni aderentissimi, cipria, fondotinta, rimmel (non erano ancora anni da mascara) camminava per i corridoi della scuola come se scivolasse sul velluto. E parlava alle assemblee con una intelligenza tagliente e una capacità di analisi tali che era impossibile non ammirarlo. Io, nei tre anni che ho condiviso con la sua presenza non ho mai visto nessuno di noi studenti e nessun professore non accettarlo. Mario era così naturale nel suo modo di essere che ha insegnato a tutti in anni amari, appunto, a capire quello che solo molto tempo dopo avrebbe avuto rivendicazioni di piazza. Poi mi sono iscritta a Filosofia, facoltà frequentata anche da Mario Mieli, alcuni dei miei migliori amici erano omosessuali, spesso sono stata con loro nelle prime discoteche gay, sapevo da amica tutto delle loro complicate vite. E ho sofferto con loro poi, con la tragedia dell’Aids che ha colpito purtroppo il più caro dei miei amici di allora.
Potrei andare avanti, potrei raccontare l’ammirazione per quando uscì con bellissima serissima copertina rossa Elementi di critica omosessuale, per Einaudi, la tesi di laurea di Mario Mieli. Potrei dire della nascita dei primi movimenti di liberazione, ma questo semmai un’altra volta. Perché è importante parlare del film, fra l’altro una delle sceneggiatrici è Grazia Verasani, scrittrice di gialli (assai assai belli) cantante e donna oltremodo volitiva, che nel film ha anche un piccolo ruolo, quello di Nanda Pivano, amica di Mario. In Anni amari ha una cameo anche Giovanni Minerba, uno dei fondatori del Festival gay lesbico di Torino. Insomma in questo film necessario tanta è stata la passione di tutti quelli che vi hanno collaborato e tanta immagino la passione dei molti che hanno avuto modo di incontrare Mario Mieli o di conoscere la sua forza, dopo la tragica scomparsa a poco più di 30 anni, nel 1983.
Era difficile raccontare la sua rivoluzionaria appassionata e anche folle vita per tanti motivi. Le sue posizioni di analisi politica e psicanalitica erano molto colte e quindi non facili da semplificare in un film, erano estreme e vissute sulla pelle quelle sessuali. Era dolorosa l’intimità per la voglia esasperata di cercare dovunque l’autenticità e di non arretrare davanti a niente. Tutta la prima parte, gli anni del liceo, la scoperta di una Londra rivoluzionaria soprattutto sugli stili di vita avrebbero avuto bisogno di un super budget, perché si trattava di far rivivere un’epoca colorata in un vero e proprio film in costume. Con il low budget della pellicola si sono fatti miracoli, ed era impossibile per chi aveva attraversato quel periodo, ritrovare in toto l’atmosfera anche perché le emozioni e le scoperte dell’epoca erano state più violente di uno tsunami. Difficile anche non pensare continuamente al vero Mario Mieli, ma questo è un limite inevitabile di ogni approccio biografico e qui il protagonista Nicola Di Benedetto sopperisce con una passione totale all’impossibilità di replicare l’inimitabile leggerezza di Mario Mieli.
La seconda parte quella più intima è più riuscita anche perché il regista prende per mano gli spettatori e riesce (immagino, almeno, io già ero complice a priori) a far accettare la parabola del protagonista che diventa una poetica inscindibile dalla vita vissuta, ferite comprese.
Magnifica Sandra Ceccarelli, nel ruolo della madre dolente, presente, sempre troppo vicina e troppo lontana, un’attrice che io vorrei vedere più spesso al cinema.
Tanti stanno criticando il film, i finti moralisti li lascerei perdere perché proprio non vale la pena, gli altri, diciamo per semplificare tutto il mondo più vicino a Mario Mieli, possono anche avere alcune ragioni quando lamentano un’occasione perduta, rammaricandosi perché avrebbero voluto di più. Io credo che questo sia un primo passo per far uscire dall’oblio un uomo-donna-dio-dea-falena-farfalla che lo merita grandemente. Vedere questo film è un atto di libertà, continuare a raccontare la vita, le idee e l’amorevole appassionata violenza di Mario Mieli pure. Un ultimo consiglio: cercate su Youtube gli interventi di Mario Mieli, ai dibattiti Tv davanti ai cancelli delle fabbriche. Sfido chiunque a non ammirarne il limpido coraggio e la potenza dissacrante in anni che persone come lui hanno contribuito a far essere per molti meno amari.
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