La vita è una danza… anche per chi non balla

Un film positivo, uno di quelli che ci fanno stare bene: perchè il cinema serve anche a questo

La vita è una danza

con la prima ballerina dell’Opéra di Parigi Marion Barbeau
e Muriel Robin

in sala dal 6 ottobre

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Chissà se succede anche ad altri: in questi ultimi mesi ho voglia di vedere solo film positivi che mi regalino qualche sorriso e mi lascino un po’ di speranza quando si arriva ai titoli di coda. Niente di sdolcinato, per carità, ma rifuggo dalle storie troppo cupe e persino certe serie televisive che hanno nell’ansia la loro ragion d’essere le evito come la peste. Mi provocano anche incubi, perché faccio mio lo stress del personaggio. Fragilità? Probabile, di sicuro i tempi grami che stiamo vivendo da due anni a questa parte, fra Covid, guerra, cambiamenti climatici e crisi economica non incoraggiano la serenità. Lasciamoci rigenerare dal cinema!

Sia come sia, eccomi qui a dire un gran bene dell’ultimo film di Cédric Klapisch. Avete presente? E’ il regista del delizioso L’appartamento spagnolo e il creatore di quella meraviglia che è la serie tv francese Chiami il mio agente. Ha mano lieve, Klapisch e si avvicina ai suoi personaggi col sorriso dell’empatia. Doti che ha profuso a piene mani anche in questo ultimo lavoro. Un consiglio: se avete amici o figli adolescenti, portateli a vedere La vita è una danza. Ve ne saranno grati.

La storia, ridotta all’osso, è semplice. Una ballerina classica di 26 anni, all’apice di una carriera luminosa fa una rovinosa caduta in scena. La serata non era stata felice, perché poco prima di salire sul palcoscenico aveva scoperto che il fidanzato la tradiva e questo non ha giovato all’esibizione. Ma lei non dà colpe a nessuno anche se si ritrova con una brutta frattura alla caviglia che la costringe a diversi mesi di riposo. Il piede non si sistema e il rischio che non possa più a tornare sul palcoscenico è altissimo. Con le lacrime agli occhi se ne fa una ragione, cercando di trovare per il lungo periodo di riposo che l’aspetta un’occupazione al di fuori di quello che era il centro del suo mondo: la danza, voluta, perseguita, inseguita e conquistata a prezzo di enormi sacrifici. Quando riesce a far pace con se stessa e non soffre più la lontananza dall’Opéra, scopre la danza moderna, fino a quel momento mai presa in considerazione, anzi, ritenuta un ripiego. E rinasce.

Raccontata così sembra una storiellina edificante, un innocuo romanzo di formazione per ragazzine e invece è molto di più: la differenza la fa il modo del racconto e l’incredibile energia di tutti gli interpreti. Lo schermo esplode, i balletti classici e i numeri di danza moderna sono filmati con una bravura rispettosa degli artisti, ariosa e molto coinvolgente: lo spettatore è trascinato di peso sul palco assieme ai protagonisti. E come accadeva ai bambini che, dopo aver visto un film western, uscivano dalla sala e piegando le dita a mo’ di pistola fingevano di spararsi, chi esce da La vita è una danza si chiede se non ci sia nei dintorni un posto dove andare subito ballare.

Un grande merito va alla protagonista, Marion Barbeau, prima ballerina dell’Opéra di Parigi, corpo nervoso e viso espressivo che si cuce addosso la protagonista Elise come una seconda pelle, forgiandola e coccolandola. La ammiriamo aerea, fiabesca nei balletti classici e poi terrena, carnale, viscerale nei gruppi di danza moderna coreografati da Hofesh Shechter cha interpreta se stesso sullo schermo.

Il titolo originale francese è più forte di quello italiano, molto banalotto: En corps. Con un doppio significato. Il primo, letterale, Nei corpi, perché la danza parte soprattutto da lì, per poi arrivare dovunque. Il secondo senso arriva dalla pronuncia che ha lo stesso suono di “ancora”. E “ancora” è il mantra dei protagonisti: qualunque cosa accada, qualunque incidente, imprevisto o sconfitta, bisogna dirsi ancora. E ricominciare. Ancora un ballo, ancora forza, ancora la vita.

 

 

 

 

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