Little Joe non è solo il nome di un fiore creato artificialmente ma l’esempio di come la natura possa essere più forte di ogni manipolazione umana. Un film intenso, girato in epoca pre-Covid e che si rivela un’inquietante premonizione…
LITTLE JOE
regia di Jessica Hausner con: Emily Beecham, Ben Whishaw, Kerry Fox
Non posso farne a meno, devo darvi due letture. La prima è pre Covid e il film lo è, essendo stato in concorso al Festival di Cannes a maggio 2019, quando nessuno poteva immaginare neppure lontanamente la futura pandemia: la protagonista ha anche vinto il premio come miglior attrice. E la regista l’avrei comunque tenuta d’occhio perché uno dei suoi film, Lourdes, mi era piaciuto tantissimo. Se avessi visto Little Joe prima dell’esplosione del Coronavirus questo suo nuovo film mi sarebbe di sicuro piaciuto e lo avrei apparentato a opere di ottima fantascienza come L’invasione degli ultracorpi, Il villaggio dei dannati o il rarefatto Gattaca. Lo avrei paragonato ai primi per la storia, all’ultimo per l’estrema eleganza formale.
Ma passiamo alla storia. Siamo a Londra e Alice, madre single di Joe, un ragazzino di 12 anni, è una biologa che studia lo sviluppo di nuove specie vegetali. La sua ultima creatura è qualcosa di molto speciale, un fiore rosso vivoche interagisce con chi lo cura. Se gli stai vicino, lo coccoli, gli parli, insomma se lo ami, ti farà dono non solo del suo profumo inebriante ma ti renderà anche ipnoticamente felice. Little Joe, come lo battezza la ricercatrice, potrebbe far stare bene il mondo intero. Ma, perché c’è sempre un ma nelle inquietanti storie di fantascienza, la pianta rivela presto effetti impalpabili sulla psiche, non differenziandosi da quanto accadeva nel film capostipite del filone. E se non sono gli ultracorpi a invadere gli umani non si tratta di insinuazioni meno pericolose.
Se avessi visto il film in epoca pre Covid ne avrei ammirato l’estetica, l’uso sapiente dei colori acidi, rossi, verdi, gialli e blu saturi. Ne avrei apprezzato le scenografie essenziali e simmetriche, una via di mezzo fra un quadro di Hopper e un film di Wes Anderson. Ne avrei anche esaltato la misura, l’eleganza, la bravura aggraziata della protagonista che con minimi cambi di espressione trasmette le sue paura allo spettatore. Avrei detto, andate a vederlo perché ne vale la pena.
Ma io, come tutti voi, sto vivendo ancora immersa nell’incubo Covid e non riesco a non vedere nel film quasi un’anticipazione profetica del disorientamento di cui tutti siamo ostaggio. C’è un nemico invisibile che sta mettendo in ginocchio il mondo. E che si tratti di un virus, piuttosto che un fiore rosso, non cambia poi molto, perché i responsabili siamo sempre noi umani, con le nostre maledette manipolazioni della natura. Che si sia in un mercato di animali vivi in Cina, che si pasticci con geni e virus, che si crei una nuova pianta e si decida di farla sterile, innaturalmente sterile, o che 600 milioni di contadini usino guano di pipistrello come concime in un mondo sovrappopolato, siamo comunque sempre noi a portare squilibrio in una natura che, non l’abbiamo ancora capito? resta comunque più forte di noi.
Siamo in epoca Covid e quindi non possiamo non agitarci sulla sedia mentre vediamo nel film le scene con il laboratorio, le sperimentazioni, le mascherine indossate come flebile difesa dalla paura. E ancora gli addetti che puliscono ogni cosa, i guanti, i camici sterili, i gel disinfettanti per le mani e infine il sospetto per quelli che ci stanno intorno.
Se curassimo il mondo invece di curare solo i fiori (come succede nel film) o di occuparci solo di noi stessi (come siamo abituati a fare tutti) forse anche la natura ci sarebbe più amica. Ecco perché ci si alza dalla poltrona con la sensazione di non avere visto semplicemente un film.
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