Lo strabordante narcisimo di Russel Crowe

L’attore neozelandese si affida al poker per la sua seconda prova da regista, che però delude. Scopriamo insieme il perchè

POKER FACE

un film di Russell Crowe
con Russell Crowe, Liam Hemsworth, RZA, Elsa Pataky, Aden Young, Steve Bastoni, Daniel MacPherson, Brooke Satchwell, Molly Grace, Paul Tasson, Jack Thompson

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E’ proprio un generoso pasticcione imbevuto di autoindulgenza il vecchio gladiatore! Lo sguardo resta quello di un tempo, mentre il corpo ha assunto dimensioni alla Orson Welles e l’ego si è dilatato nello stesso modo. Insomma, che cosa combina l’ex fascinoso attore australiano alla sua seconda regia? Una storia in cui si mette narcisisticamente al centro e in cui riversa, almeno così sembra, tutte le sue buone intenzioni per conquistare il titolo di miglior persona del mondo. Pare crederci molto. Gli spettatori probabilmente un filo meno.

Inizio nostalgico, un po’ Stephen King, un po’ Spielberg, molto Stand by me. Un fiume, una cascata con dirupo dal quale solo i coraggiosi si tuffano, un gruppo di adolescenti che si affaccia alla vita. Alcuni resteranno amici per sempre, i bulli prepotenti si capisce subito che finiranno male. Solidarietà, sfide, tuffi e una fatale partita a poker, dove i buoni riescono con il coraggio e l’arguzia a non farsi rubare la vincita dal cattivi. Stacco, anche se purtroppo l’immagine dell’acqua verrà riproposta ossessivamente con moleste riprese circolari, metti che allo spettatore fosse sfuggita l’importanza di quella scena primaria. Il protagonista, Jack Foley, diventa adulto e miliardario. Dopo aver affinato la sua abilità a poker, inventa un software per il gioco online che trasforma in un sistema di sicurezza che vende ai governi. A 57 anni è così ricco che nella sua villa bunker di Miami può tenere in mezzo a molte pregiate opere d’arte persino un Cézanne da 200 milioni di dollari. Eppure Jack resta un uomo puro, incline alla nostalgia, incapace di liberarsi del passato e legato in eterno agli amici di un tempo.

Il film procede a sbalzi e dopo lo struggente prologo sulle cascate, arriva la simbolica visita a un guru in una lussuosa struttura isolata in mezzo alle montagne dove Jack cerca la verità e dove, come nei luoghi della sua infanzia, costringerà lo spettatore a tornare, con sequenze oniriche non essenziali, ma tant’è. Terza parte, un po’ James Bond, un po’ Grande freddo: Jack riunisce gli amici nella villa per una ultima, fatale partita a poker, scompigliata dall’irruzione nella casa di uno sgangherato trio di criminali.

Il pastiche continua senza mai riuscire a coinvolgere e nel gran finale, in cui l’attore regista mette in scena se stesso, realizza il grande sogno di una generosità totale capace persino di mettere fine ai mali del mondo e soprattutto di spiattellare a ciascuno, amico, moglie, figlia, la verità della propria condizione. Ma Jack è buono, conosce il male che gli hanno fatto, sa come stanno le cose ma è così buono da perdonare tutti.

Va be’, forse quello di regista non è il mestiere giusto per Russell Crowe ma penso sia molto difficile spiegarglielo, perché l’uomo non pare disponibile a civili confronti, pago nel suo strabordante narcisismo. Certo la bella faccia espressiva regge, lo sguardo pure, ma un film come si deve ha bisogno di una buona storia e di qualcuno che sappia raccontarla.

 

 

 

 

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