CULTURA

Marco Ferradini, oltre Teorema: “Oggi canto la mia Lombardia”

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"Sono nato a Como e cresciuto a Milano: giusto dedicare a questa regione, così colpita dalla pandemia, il mio nuovo album", dice il cantante che a proposito del suo primo grande successo aggiunge: "Non credevo che avrebbe avuto così tanta fortuna, anche perché temevo le femministe"

Abbiamo incontrato Marco Ferradini via Skype per parlare del suo nuovo singolo Lombardia, dedicato ad una regione in questo periodo al centro dell’attenzione mediatica. Nell’occasione ci racconta del suo ultimo album, delle collaborazioni con la figlia Charlotte e del rapporto conflittuale con il suo successo iconico Teorema.

Ciao Marco, bentrovato. Partiamo da “Lombardia”, il singolo attualmente in rotazione radio e che hai dedicato alla tua terra, che in questo momento attraversa un momento particolarmente difficile.
“Io sono nato in provincia di Como, in montagna, e sono arrivato a Milano da ragazzo insieme  alla mia famiglia, perché la città offriva delle opportunità di lavoro che non c’erano altrove. Questa canzone racconta i miei ricordi di quel periodo, di quando si suonava nelle cantine, si seguivano le ragazze cercando di conoscerle dopo la scuola. Racconta del profumo delle caldarroste passeggiando in centro d’inverno, di tutte quelle sensazioni e quelle emozioni che hanno contribuito a farmi diventare quello che sono oggi. Inoltre, se ci pensi, in Italia ci sono centinaia di canzoni dedicate a Napoli o a Roma, ma pochissime che parlano delle città del Nord. Mi è piaciuto andare un po’ controtendenza…”

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Il brano è tratto da “L’uva e il vino”, l’album uscito alla fine dello scorso anno. Mi parli  un po’ di questo album, di questo titolo particolare e della title-track?
Il titolo vuole sottolineare il concetto di maturazione: sul libretto ho inserito una mia vecchia fotografia scattata a Londra negli Anni 70 e l’ho messa in contrapposizione con una di oggi. La prima foto in età giovanile è l’uva e quella adulta è il vino. E’ un disco su cui stavo lavorando da molto tempo, collaborando con Antonio “Aki” Chindamo nella sua sala d’incisione Auditoria Records e alla fine è uscito lo scorso novembre per l’etichetta Cello Label. La title track racconta proprio questa evoluzione: è la storia di una donna che cerca il suo uomo ideale e quando lo incontra, questi cerca di fare di tutto per essere ciò che lei vorrebbe, ma alla fine lui diverrà “il vino” che la vita e le esperienze lo faranno diventare. E’ un album di cui sono molto soddisfatto perché sono riuscito a dire ciò che sono veramente, in tutti i brani e davvero con grande libertà”.

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Nel singolo che anticipava l’album “Le parole” e in altri tre brani del disco, duetti con tua figlia Charlotte. Che rapporto hai con lei, sia a livello artistico che non?
“Sono molto fortunato, con mia figlia c’è un rapporto splendido, in ogni senso. Lei condivide con me il dono di trasformare in musica le sensazioni, le emozioni, tutto quello che abbiamo intorno. Anche se detto da suo padre suona un po’ come un clichè, lei è molto brava. Frequenta l’ultimo anno di conservatorio, ha scritto e pubblicato alcune cose e già da qualche anno divide il palco con me. Questa forse è la cosa che mi emoziona di più: sono momenti bellissimi e la reazione del pubblico me lo ha sempre confermato. In questi giorni è uscito il suo video Martarossa, un brano che ha scritto con Bungaro  che ha già vinto un premio!”

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Come alcuni artisti che hanno vissuto gli anni d’oro della discografia, anche tu hai avuto un successo talmente grande e iconico al quale sei rimasto legato indissolubilmente: che rapporto hai con la tua Teorema?
“È stata la mia fortuna, anche se quando l’ho scritta con Herbert Pagani, non pensavo certo che avrebbe avuto questo successo. E’ nata da una delusione d’amore e nel tempo è stata a volte fraintesa o strumentalizzata per quei  «Trattala male» o «Nessuna pietà». I discografici temevano che le femministe l’avrebbero boicottata, ma sono state le prime ad averla capita, a comprenderne il messaggio. Certo, artisticamente parlando, forse mi è rimasta un po’ troppo “appiccicata addosso”, ma è la canzone che mi ha permesso di fare il lavoro che volevo tutta la vita”.

Come dicevi, Teorema l’hai scritta con Herbert Pagani, un grande artista a cui tu qualche anno fa hai dedicato un doppio album tributo che da poco è stato nuovamente reso disponibile in digitale, La mia generazione. Com’è nato questo progetto, dove tra l’altro hai coinvolto un sacco di artisti…
Herbert Pagani era un genio della comunicazione perché sapeva fare tutto: era disegnatore, pittore, scrittore, scultore. Aveva rivoluzionato il modo di fare radio quando trasmetteva da Radio Monte Carlo e per me lavorare con lui è stata un’esperienza travolgente. Ho voluto dedicargli un album tributo per riproporre al pubblico i suoi brani e celebrarli in qualche modo. Tra i tanti ho scelto quelli che amavo di più e ho cercato di farli miei, spogliandoli degli arrangiamenti orchestrali e riproponendoli in una versione acustica, più intima. Molti colleghi, saputo del progetto, hanno voluto partecipare e quindi questo disco si è arricchito della presenza di artisti come Fabio Treves, Eugenio Finardi, Ron,  Fabio Concato e Alberto Fortis , solo per citare i primi che mi vengono in mente”.

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Hai partecipato due volte in gara a Sanremo, la prima nel ‘78 con Quando Teresa verrà, la seconda nell’83 con Una catastrofe bionda. Qual è il tuo personale pensiero sul Festival che ha compiuto i suoi primi 70 anni?
“Il Festival è un’istituzione intoccabile… una rassegna, una vetrina importantissima per chi fa questo mestiere. Sarebbe bello se fosse più democratica, che tutti gli artisti con una proposta valida potessero arrivarci mostrando la propria opera. Se ci pensi, invece ci sono quelli che ci vanno tutti gli anni  e chi, come me,  c’è riuscito solo due volte. Chissà se prima o poi ci sarà una terza?”

Come tutti quelli della tua generazione hai avuto una lunga gavetta per arrivare al successo, oggi ci sono i talent che ti sbattono subito in prima pagina e primo in classifica. Cosa pensi di tutto questo e  dell’attuale scena musicale del nostro Paese?
“Purtroppo sono spariti i luoghi di aggregazione, gli ambienti dove i ragazzi andavano a fare musica, si incontravano, si conoscevano, formavano le band. In quei luoghi si maturava, si facevano esperienze che poi diventavano i testi delle nostre canzoni, la musica che suonavamo. La mia Teorema nasceva da una struggente storia d’amore nata proprio in quelle situazioni. Se non avessi vissuto quella storia non avrei mai potuto scriverla. E’ impensabile che un ragazzo possa crescere musicalmente se nel giro di pochi mesi di esposizione mediatica va al primo posto in classifica senza avere la possibilità nemmeno di capire cosa gli stia succedendo. Bisognerebbe aiutare in qualche modo i luoghi dove si fa musica, agevolare a livello fiscale questo tipo di locali, per permettere ai giovani di tornare a frequentarli e a crescere così artisticamente”.

Per concludere, abbiamo appena vissuto una situazione legata alla pandemia quasi surreale. Come hai vissuto  questi “domiciliari” e cosa ti resterà di questa esperienza?
“Beh, è una cosa che ha segnato un po’ tutti… più che altro speriamo di uscirne definitivamente!  Io ho approfittato del periodo di lockdown per scrivere, anche con mia figlia, cercando di sfruttare questi momenti che ci hanno portato ad apprezzare le piccole cose che davamo per scontate e che abbiamo capito, nostro malgrado, che invece non lo sono”.

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