RIFLESSI DI CINEMA

Questo film è un capolavoro ma ci vuole del coraggio per vederlo

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"La casa di Jack" del geniale regista Lars von Trier non sconvolge solo per la crudezza delle sue immagini, ma anche e soprattutto per la tensione psicologica estrema e per il costante faccia a faccia con il Male. Quello con la M maiuscola, interpretato da un grande Matt Dillon

 

La casa di Jack

la casa di jack locandina

Regia di Lars von Trier
Con Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman

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Allora, sgombriamo subito il terreno dalle sciocchezze: in qualunque episodio di CSI, in decine di filmati caricati su Youtube, in tante serie Tv si vedono immagini ben più raccapriccianti di quello che mostra Lars von Triers. Che neppure per un attimo indulge nello splatter e neanche nel voyeurismo. Detto questo, sconsiglio la visione del film a tutti quelli che non hanno voglia di pensare. Perché La casa di Jack è un film difficile, stratificato, che fa stare male, non per le immagini sconvolgenti, ma per la tensione psicologica estrema e il costante faccia a faccia con il Male. Quello con la M maiuscola.
Lars von Trier dice che dopo aver raccontato tante donne buone, questa volta si è concentrato su un uomo malvagio. Riduttivo, perché si è confrontato con il Male che è così forte da dominare il mondo e da avere anche il Caso, gli Dei e il Destino dalla sua parte.

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Se il serial killer protagonista del film può continuare impunito la sua opera è anche per una questione di fortuna: trascina, legato alla sua auto, un cadavere per chilometri e la pioggia provvidenziale spazza via ogni traccia. Una vittima designata riesce a fuggire al suo carnefice ma la polizia non le crede, la prende per ubriaca e la riconsegna nelle mani dell’assassino. C’è chi urla chiedendo aiuto ma nessuno si cura delle sue grida.
L’indifferenza del mondo non è un’invenzione del regista, perché ogni episodio raccontato lo ha accuratamente tratto da una cronaca vera.

la casa di jack matt dillon

La casa di Jack, laddove la casa è la sua mente/anima, disturbata e assieme il suo folle progetto maligno, la sua opera d’arte, non è un film realistico, perché tutto il racconto è mediato dal protagonista. E’ Jack, uno straordinario Matt Dillon, che ben mima l’ottusità sorda della perversione, a raccontare se stesso, con la sua voce fuori campo che si confronta e si confessa con un uomo misterioso, svelato solo nel magnifico e immaginifico finale. Di chi si tratta? Dio? Uno psicanalista? Un confessore? Il diavolo? Caronte che lo trascina nelle viscere dell’Inferno o San Pietro che deve decidere la sua sorte? Non ve lo diciamo, ma considerate, voi che vedrete il film, che tutto quello che passa sullo schermo è filtrato attraverso la mente del killer. Quindi comprende i suoi fantasmi, le sue fantasie, il suo voler essere più che il suo essere. Non la piatta realtà, ma qualcosa sempre mediato. Capita che Jack guardi in faccia lo spettatore e a lui si rivolga, addirittura sfogliando tabelloni con le sue ossessioni. In un gioco alla Godard, basato sullo straniamento e sull’ironia. Sebbene si tratti sempre di un umorismo disperato molto più che nero.

la casa di jack uma thurman
Jack ha in mente un disegno, un’opera d’arte grandiosa che si basa sul male, sulla messa in scena del male. Qualcosa che mescola Sade con il Thomas de Quincey di L’assassinio. Come una delle belle arti ma anche certi picchi estremi dell’arte contemporanea, sia la Body art che le installazioni disturbanti, violente di Hermann Nitsch e Otto Mühl.
Perché anche la degenerazione può avere – e ha – una sua estetica. Jack ha tratti caratteriali che lo accomunano al regista, come lui è ossessivo e compulsivo (ha la psicosi della pulizia: torna sul luogo del delitto per pulire e riordinare, a costo di farsi scoprire, ma non può farne a meno) e subisce un’attrazione malata per l’autodistruzione.

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La storia di Jack è raccontata attraverso cinque omicidi (definiti “incidente” che è anche “accidente”, quindi con un suo coefficiente di casualità). Le vittime sono quasi tutte donne, ma non per misoginia e neppure per ideologia: ci avverte il protagonista stesso, spiegando che uccide le donne solo perché con loro è più facile. A seguire il film con attenzione (è uno di quelli che varrebbe la pena vedere due volte) si scoprirà che è detto proprio tutto, che qui Lars von Trier ha davvero chiuso il cerchio della sua Weltanschauung.

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E ancora un altro aspetto del disagio che ha sentito il bisogno di raccontare è l’attrazione torbida per la putrefazione che però può anche essere magnifica. In un inserto, il regista si concede una disquisizione sulla meraviglia di certi vini che nascono da grappoli lasciati a marcire sul vitigno, perché solo così sprigioneranno tutte la loro potenzialità. E forse anche l’uomo arriva dove vuole solo quando tocca l’estremo.

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Insomma, lo avete capito, attraverso la confessione soggettiva di un serial killer Lars von Trier parla del mondo e della sua disperazione, di filosofia, di morte, di sesso, di impossibile salvezza. Ogni inquadratura andrebbe fermata e pensata, analizzata, per capire tutto quello che il regista ha voluto metterci e per fare nostra la sua sofferenza.

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No, non è un film splatter e neppure una provocazione, è invece una dolorosa magnifica opera d’arte, il frutto di una mente colta, disperata e di un regista geniale, che sta cento metri più in alto della maggior parte del cinema che passa sugli schermi.
Andateci cauti, andateci riposati, andateci preparati: ma andateci.

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