INTERVISTE

Teresa De Sio: Io, Napoli e Pino Daniele

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L'interprete partenopea sta dedicando la sua tournée estiva al collega e amico scomparso nel 2015. E qui racconta come lo conobbe, perché le loro strade a un certo punto si divisero e quando riallacciò il rapporto con lui. E rivela un progetto comune che purtroppo rimase incompiuto

 

Anticonformista, innovatrice, indipendente. Il suo particolarissimo sound, un mix tra folk, rock e musica popolare napoletana, negli Anni 80 l’ha portata in vetta alle classifiche con brani come Voglia ‘e turnà, regalandole un inaspettato, ma meritatissimo successo. E adesso Teresa De Sio, classe 1955, è ritornata sulla scena musicale italiana con un nuovo disco, Teresa canta Pino, interamente dedicato a Pino Daniele, scomparso il 4 gennaio 2015.
Teresa, impegnata nella sua tournée estiva, ripropone in chiave folk le canzoni più belle del grande cantautore napoletano, a cui era legata da una bella e sincera amicizia. Un mix che è piaciuto ai suoi tanti fan che potranno vederla cantare dal vivo in diverse località italiane: il 29 luglio sarà a Treviso, il 10 agosto a Fasano (Brindisi), il 15 agosto a Fontana Liri (Frosinone), il 24 a Vieste (Foggia), il 26 a Pietransieri di Roccaraso (L’Aquila). In questa intervista l’artista napoletana ripercorre la sua carriera, dagli esordi con Edoardo Bennato fino all’amicizia con Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi.

teresa de sio e pino daniele
Come mai a due anni dalla scomparsa di Pino Daniele ha deciso di rendergli omaggio con un disco interamente dedicato a lui?
Teresa canta Pino nasce dalla bella amicizia con lui nata fin dai tempi dei nostri esordi musicali. L’idea di dedicargli un album nacque subito dopo la sua scomparsa, ma ho voluto aspettare per non farmi prendere dall’emotività. Non volevo che fosse un disco di circostanza, né malinconico. E’ semplicemente un tributo al musicista che ha portato la musica napoletana nella modernità. E’ stato un lavoro molto bello, ma difficile: sapevo che toccavo un mostro sacro, rischiando di bruciarmi. Ma ho raggiunto l’obiettivo: ho lasciato intatti i testi e le melodie, rivisitandoli in chiave folk-rock.

Come vi siete conosciuti?
Io mi ero trasferita a Roma e stavo incidendo il mio primo disco da solista Sulla Terra sulla Luna, nel 1980. Pino, che era già molto conosciuto e amato e aveva fatto dischi molto importanti come Terra Mia e Nero a metà, aveva sentito parlare di me e venne a conoscermi. All’epoca io ovviamente ero una sua grande estimatrice. Dal nostro primo incontro nacque una collaborazione: lui scrisse per me una canzone che si chiamava Nanninella che io inserii in Sulla Terra sulla Luna. Poi negli anni la nostra amicizia ha avuto delle flessioni perché ognuno è andato per la sua strada e ci siamo persi di vista: io ho seguito la strada del folk, del rock e del reggae e lui quella del blues e della musica afroamericana.

Poi però vi siete ravvicinati, soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita.
Sì, negli ultimi anni, infatti, mi invitava come ospite ai concerti che organizzava al Palapartenope di Napoli. L’ultimo è stato proprio nel 2014, prima che morisse. Ho un ricordo bellissimo di quella serata: lui mi accolse sul palco con il suo solito sorriso e volle cantare Voglia ‘e turnà, uno dei miei successi. Suonare con lui era una gioia immensa. Avevamo in cantiere una serie di progetti, ma purtroppo non c’è stato il tempo…

Qual è l’ultimo ricordo che ha di lui?
Sì, è stato sempre molto affettuoso con me. L’ultima volta ci siamo visti a cena a casa sua a Roma. Ricordo che parlammo tutta la sera della sua ultima passione: la chitarra flamenco, che aveva cominciato a studiare.

teresa de sio pino daniele
Alla notizia della sua morte come ha reagito?
Male. Con grandissima tristezza e malinconia, anche perché ci eravamo ritrovati da poco. La sua scomparsa mi ha lasciato un grande vuoto.

Qual è la canzone di Pino a cui è più legata?
Difficilissimo da dire. Ho scelto le canzoni che mi piacciono di più e riesco a interpretare con maggiore forza. Forse Notte che se ne va è la mia preferita.

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Oltre a Pino Daniele qual è l’artista italiano a cui è più legata?
Fabrizio De Andrè. Le sue canzoni mi ricordano la mia adolescenza: sono cresciuta suonando i suoi brani.

Con De Andrè ha anche avuto un sodalizio artistico. Come è nata la collaborazione con lui?
E’ successo per caso. A un concerto del Primo maggio, a metà degli Anni 90, decisi di cantare una sua canzone, La guerra di Piero. Qualche giorno dopo ricevetti una sua telefonata in cui mi ringraziava per averla cantata. Quando ci penso, ancora non posso crederci: non capita tutti i giorni di essere chiamati da uno come De Andrè. Il suo gesto mi commosse e pensai che era davvero un grande uomo. Così gli proposi di cantare con me Un libero cercare, e lui inaspettatamente accettò. Sono stata molto fortunata: credo di essere l’unica artista in Italia ad aver scritto di proprio pugno una canzone interpretata con Fabrizio De Andrè.

Che ricordo ha di lui?
Per me è sempre stato un uomo generoso e di grande umanità, e non un orso come tutti lo dipingevano. Quando venne in studio a Milano per registrare il pezzo, non si mise in cattedra, ma al contrario fu disponibile, affettuoso e rispettoso. Da quel momento nacque tra noi un’amicizia, facilitata anche dal fatto che molti anni prima, quando ero adolescente, avevo conosciuto Dori Ghezzi. Avvenne per puro caso su un treno: io andavo in campeggio a Palinuro e lei, che era già famosa, stava andando a fare un concerto. La riconobbi e subito le chiesi: “Come è fare la cantante?”. E lei mi rispose: “Fai qualsiasi lavoro nella tua vita, ma non l’artista: cantare è faticosissimo”. Sempre il caso volle che ci incontrassimo di nuovo dieci anni dopo. Ma la cosa più incredibile fu che lei si ricordava di me, tant’è che mi disse: “Che sbaglio feci a dirti di non fare la cantante! Non sapevo che eri così brava. Meno male che non hai seguito il mio consiglio”.

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Lei ha cominciato a muovere i primi passi nel mondo dello spettacolo come attrice. E poi invece è diventata una cantante di successo. Come ha fatto a cambiare rotta?
Il mio sogno era fare l’attrice, tant’è che a 18 anni mi trasferii da Cava dei Tirreni, dove vivevo con la mia famiglia, a Roma per fare l’Accademia di Arte Drammatica. A cambiare la mia vita fu un incontro puramente casuale con Eugenio Bennato. Mi trovavo in una trattoria di Torino, con altri attori della compagnia teatrale con cui eravamo in tournée e al tavolo a fianco al nostro c’era anche Bennato con la Compagnia di Canto Popolare. A fine serata lui prese la chitarra e cominciò a suonare. Io mi misi a cantare. Eugenio rimase talmente colpito dalla mia voce che si avvicinò a me per conoscermi e mi propose subito di unirmi a loro. Ovviamente rifiutai: io volevo fare l’attrice, non la cantante.

Come ha fatto a convincerla?
Qualche settimana dopo venne a cercarmi a Roma. Non so come fece a scovarmi: fatto sta che una mattina me lo ritrovai davanti alla porta di casa assieme a suo fratello Edoardo. Fu talmente convincente che da quel giorno cominciò la mia carriera da cantante e nacque la mia passione per la musica popolare.

Quindi da piccola non ha mai studiato musica?
Macché! Mi piaceva molto, ma la mia grande passione era il ballo. Infatti ho studiato danza da quando avevo 5 anni. Poi a 12 ho cominciato a fare teatro a recitare in alcune compagnie amatoriali tra Napoli e Salerno. Ho imparato a suonare solamente dopo, sul campo. Sono un’autodidatta.

Lei ha raggiunto la fama negli Anni 80 con la musica folk popolare napoletana. Un genere che non è più in auge. Come si spiega il successo di quegli anni?
Non me lo sono mai spiegato. So solo che, all’epoca, io e altri musicisti abbiamo creato un sound, una modalità di canto e di scrittura che prima non esistevano, mescolando folk, pop, rock. Un mix vincente.

Teresa De Sio
Le canzoni più famose di quel periodo sono Voglia ‘e turnà e Aumm aumm. Oggi che rapporto ha con quei brani?
Conflittuale. Da un lato sono molto legata a quei pezzi a cui devo il successo, ma dall’altro li sento come una gabbia. Anche perché il pubblico ti vuole sempre uguale e invece è naturale che un artista si evolva.

Quindi non le piace ricantare i suoi cavalli di battaglia?Per un periodo ho perso le distanze. Ma oggi ho fatto pace con il mio passato. Nei concerti del tour che mi sta portando in giro per Italia e all’estero, Teresa canta Pino, canto sia le canzoni dell’ultimo album che i miei gradi successi.

Ha la fama di essere un’anticonformista. Infatti si è sganciata dalle grosse case discografiche. L’hanno persino soprannominata la “brigantessa” della musica italiana…
Mi piace questa definizione. Il termine brigantessa è nato anche dal fatto che ho scritto un disco che si chiamava Sacco e fuoco nel 2007, in cui ho raccontato alcune storie legate al brigantaggio. Oggi essere dei briganti vuol dire non aderire al pensiero unico. Rimanere delle teste pensanti libere e non essere condizionati dai media e da Internet.

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Nella sua carriera ha anche condotto Fantastico nel 1983, con Gigi Proietti e Heather Parisi.
Purtroppo sì. Non era né il programma, né il contesto adatto a me. Non lo rifarei, anche perché bisognava suonare in playback e a me non piace. Dopo Fantastico poi ho chiuso con la Tv, anche perché ne avevo fatta troppa, ero sempre o a Domenica In o in qualche altra trasmissione.

Sua sorella, l’attrice Giuliana, invece con la Tv ha un buon rapporto. L’abbiamo vista infatti nell’ultima edizione di Ballando con le Stelle. L’ha seguita?
Sì, appena potevo mi collegavo. E lei non faceva altro che mandarmi i filmatini delle prove, per farmi vedere come procedeva.

Le ha fatto da coach a distanza…
Non proprio. Anche se ho studiato danza per tanto tempo non sarei capace di dar consigli. Diciamo che le ho fatto da consolatrice, cercando di tirarla su.

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Tra voi quindi c’è più un rapporto di solidarietà che di competizione?
Abbiamo sempre avuto un buon rapporto. Tra noi non c’è mai stata competizione, anche se molti hanno cercato di creare tra noi dell’antagonismo. Io e Giuliana abbiamo sempre condiviso tutto. Lei mi racconta le scelte che vuole fare e io cerco di consigliarla o sconsigliarla. Ma non sempre mi segue.

Lei è anche scrittrice. Ha pubblicato due romanzi, Metti il diavolo a ballare e L’attentissima.
Sì è una parte importantissima della mia vita artistica di adesso. Ora sto lavorando al terzo romanzo. Anche qui tutto è cominciato per caso. Sei anni fa fui contattata da un editore salentino, Manni, che mi chiese di scrivere un racconto sul tarantismo, un mondo che conosco bene perché fa parte della musica popolare. Il racconto fu pubblicato nella raccolta Mordi e fuggi ed è capitato sul tavolo di una editor molto importante di Einaudi, che mi propose di scrivere qualcosa di più ampio. Insistette così tanto che riuscì a convincermi. E fece bene perché stanno avendo un ottimo riscontro, tant’è che il primo è anche stato tradotto all’estero.

Del suo privato si sa poco. Ora è innamorata?
No. Mi sono separata dopo un lungo fidanzamento di  8 anni. Ora sono single, sono libera e bella.

Qual è stata la sua storia più importante?
Non posso fare classifiche. Ho ricordi di persone strepitose che hanno passato una parte della loro vita con me. Sono rimasta in ottimi rapporti con tutti i miei ex. Ma una cosa la devo confessare: non ci sono più gli uomini di una volta. In ogni modo sono una donna passionale. Per me è impossibile vivere senza aprirsi all’amore. Anche perché l’amore tocca delle corde inaspettate del nostro essere e ci fa suonare come una chitarra.

 

 

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