Una ricerca ha scoperto che i simpatici mammiferi del mare, già celebrati per la loro intelligenza che li rende simili a noi, hanno altre caratteristiche… umane, tra le quali quella di dialogare, di chiamarsi per nome e perfino – incredibile ma vero – di fare pettegolezzi sugli assenti
Che i delfini siano tra gli animali più intelligenti non è una novità, quello che invece emerge di nuovo da una ricerca scientifica pubblicata sulla rivista Nature Ecology & Evolution e coordinata dalla biologa Susanne Shultz, è il motivo per cui, non solo i delfini, ma i cetacei in generale, hanno una così sviluppata capacità relazionale. La ricerca dimostra infatti che tali capacità siano determinate dalla massa cerebrale e dall’encefalizzazione, ovvero dall’espansione del cervello, che rende delfini, balene e grandi cetacei molto simili all’uomo e ai primati. Lo dimostrano i rapporti che questi animali creano tra di loro e che permettono di riconoscersi al punto di chiamarsi per nome, di cacciare insieme, di organizzarsi per proteggere i piccoli e addestrarli, fino a provare empatia e a “spettegolare” fra di loro.
L’osservazione comportamentale di 90 specie di delfini, balene e focene è stata alla base dello studio scientifico che ha portato i ricercatori a individuare una moltitudini di comportamenti simili a quelli umani. Tra questi il gioco e persino l’uso di particolari linguaggi differenti a seconda dei gruppi: una specie di “dialetti” che vengono espressi attraverso l’utilizzo di particolari fischi. Inoltre, è stato rilevato che l’emissione dei fischi di riconoscimento in alcuni casi avviene anche per dei delfini non presenti nel gruppo, una sorta di “pettegolezzo” che li porta a “parlare” anche degli assenti.
In seguito a questo tipo di analisi, gli scienziati hanno poi esaminato le dimensioni del cervello dei protagonisti dei vari gruppi sotto osservazione e hanno constatato che più l’espansione cerebrale è sviluppata e più è elevata la possibilità che sviluppino comportamenti simili a quelli degli esseri umani. L’appartenenza a un gruppo inoltre è determinante perché, come ha dichiarato Susanne Shultz: “In certi casi alcuni mammiferi marini che sono stati ritrovati soli o comunque in piccoli gruppi avevano cervelli più piccoli: la maggior parte del loro apprendimento avviene socialmente e non singolarmente”.
Ma come fare a comprendere i “discorsi” di questi animali? Per ora nessuno ci è ancora riuscito anche se in Svezia esiste un’azienda che si è lanciata in questa avventura. La Gavagai AB ha infatti pensato di usare la tecnologia per lo studio e la creazione di sistemi di intelligenza artificiale, applicandola ai cetacei. I ricercatori ascoltano ininterrottamente ascoltato i segnali che si scambiano gli animali ospitati in un parco acquatico vicino a Stoccolma e grazie a questo hanno già cominciato a redigere un vero e proprio dizionario della lingua dei delfini.
In attesa che rendano noto al mondo il “delfinese”, non ci resta che aspettare per poter imparare il loro linguaggio e continuare invece ad ammirarli mentre saltano felici tra le onde, senza cercare di capirli ma ponendoci la questione: e se non gli facesse affatto piacere essere compresi da noi umani?
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