Nel film di Paul Verhoeven, Isabelle Huppert reagisce alla violenza subita in maniera… scorretta. Che induce la scrittrice Erica Arosio a una personalissima riflessione
_____________________________________________________________ ELLE diPaul Verhoeven conIsabelle Huppert, Laurent Lafitte, Anne Consigny,
Charles Berling, Virginie Efira, Christian Berkel, Alice Isaaz Dal romanzo “Oh…”, di Philippe Djian _____________________________________________________________
Senza Isabelle Huppert – e Paul Verhoeven – questo film sarebbe diventato un’altra cosa, con tutta probabilità uno di quei prodotti di serie B che passano in terza serata sulle reti più scalcinate. Perché la storia, ridotta a una manciata di parole, è quella di una cinquantenne che una sera viene stuprata da uno sconosciuto nella sua bella casa borghese e invece di correre alla polizia in lacrime a denunciare il fatto, toglie dal pavimento i cocci dei piatti rotti durante la colluttazione e restando impassibile si ripulisce dalle scorie della violenza semplicemente lavandosi. E continua la sua vita di sempre, una vita che lo spettatore conoscerà per tasselli progressivi. Un film di serie B avrebbe preso alla lettera la storia, facendola diventare un thriller volgare e magari maschilista, trasformando la reazione di Elle in un’apoteosi delle fantasie maschili sul masochismo femminile. E invece no, la regia pregna di influenze hitchockiane non permette di distrarsi neppure per un secondo e Isabelle Huppert, magnifica e unica possibile interprete di questo personaggio, ne fa un mostro gentile che scatena nello spettatore mille riflessioni, Quello che solo i film migliori riescono a fare.
Verhoeven e Huppert, pur conservando l’essenza della trama, si avventurano su un terreno aspro, allargando lo sguardo a tutto il femminile, anche quello più scomodo, dribblando fra metafore e tuffi psicanalitici, facendo della protagonista una donna agli antipodi di tutta quella mistica della femminilità nella quale, nonostante tanti aggiustamenti, ogni bambina viene cresciuta.
Elle, che ha un nome, Michelle, ma che è anche un simbolo universale, è una donna che difetta della caratteristica principe che viene richiesta al genere a cui appartiene: l’accudimento, la miscela perfetta fra la capacità di accudire e la propensione a farlo. Pena, cascate di sensi di colpa. Michelle non possiede neppure una briciola di attitudine per il nobile sentimento e anzi ne rifugge, è una donna che vive sola senza considerare questa condizione un ripiego, ma neppure una scelta, che guarda in faccia i suoi demoni e anzi li sfrutta per realizzare i videogiochi violenti della società che gestisce. Michelle non disdegna menzogna e manipolazione, eppure non li rivendica come unica possibilità di comunicazione con il mondo, semplicemente ne constata l’esistenza, ma con se stessa non mente mai, guardando senza paura fino al fondo all’abisso. Michelle guarda e noi vediamo il mondo attraverso i suoi occhi che forse sono gli stessi del gatto nero che apre il film e che tanto ricorda Cat people e la superstizione che vedeva proprio nei gatti l’incarnazione delle streghe. E che cos’è la strega? Esattamente tutto quello che del femminile spaventa, il femminile selvaggio e mai domato.
L’abisso che Michelle guarda, la sua scena primaria, risiede nel suo rapporto col padre che non racconto perché nei gialli, e questo lo è, non si svelano mai gli snodi cruciali. Ma su quella prima esperienza, una complicità rivissuta come in un sogno, ancora una volta questo durissimo film tratto da un altrettanto ruvido romanzo, percorre una strada non banale, senza il piatto teorema di certi thriller. Il trauma infantile ha disegnato una personalità mostruosa, forse psicotica, controllata e consapevole al tempo stesso, un’esasperazione di quello che tutti fanno per andare avanti nella vita. La complessa relazione che lega Michelle al padre ripudiato spinge lo spettatore a interrogarsi sulle origini del male e su quanto l’indole o piuttosto il condizionamento ambientale ed educativo forgino il carattere di un individuo e in quale modo si facciano poi i conti con noi stessi.
Lo sgomento a inizio film di fronte alla mancata denuncia e all’impassibilità della “vittima”, impassibilità, badiamo bene, non complicità, dà il via a un viaggio nella psiche di Michelle, che ha dovuto e voluto imparare a cavarsela da sola nella vita. “Elle” non subisce, agisce e lo stesso atteggiamento lo porta avanti anche nei confronti della violenza, che diventa una metafora di qualcosa di ben più complesso: come reagire di fronte alle avversità e alle disgrazie della vita? E’ possibile piegarle ai propri voleri? Come diventiamo quello che siamo è l’interrogativo cardine della storia con al centro una donna che è vulnerabile e ferita dalla vita, eppure conserva una sua arcaica potenza, come una Lilith contemporanea.
Intorno a “Elle” si dipana tutto un universo, figurine senza spessore di cui lei è regina e burattinaia, mantide e angelo sterminatore. C’è l’anziana madre che non si rassegna al passare del tempo e si trastulla con aitanti gigolò e Michelle non è sfiorata dalla sindrome di accudimento, c’è il lamentoso ex marito senza più un quattrino, che mendica un aiuto dalla ex consorte e lei non è vendicativa nei suoi confronti ma anzi gli dà una mano, c’è un pallido amante che tanto per complicare le cose è il marito della sua migliore amica e Michelle non è appiccicosa con lui, non gli chiede niente e se ne guarda bene dal provare sensi di colpa nei confronti della tradita. Insomma, Elle non fa nulla di quello che ci si aspetterebbe da lei secondo le convenzioni e le regole sociali. Non lo fa neppure in quanto madre di un figlio 25enne di poco carattere che si è scelto una compagna tirannica e forte come la madre e che sta per avere un figlio con tutta probabilità non suo. Materna non lo è neppure coi ragazzi della florida azienda di videogiochi, tutti soggiogati dalla sua personalità e incatenati da un rapporto di odio amore, persino quando si rivoltano contro di lei.
Last but not least, ecco “Lui” lo stupratore misterioso, un Fantomas inguainato in una tuta nera e forse davvero un fantasma che perseguita Elle in un susseguirsi di messaggi e aggressioni in cui il gioco al massacro viene gestito in una reciprocità patologica, con una prevedibile vincitrice ai quarti di finale. Il rapporto vittima-carnefice si rovescia continuamente, e solo i tasselli che portano a conoscere, ma non completamente, la protagonista riescono a spiegarne le dinamiche.
Gli uomini e le donne che ruotano attorno a Elle, come se lei fosse la Madre Terra al centro dell’universo ben prima della rivoluzione copernicana, restano in secondo piano, quasi sfocati, perché se li mettesse a fuoco dovrebbe entrare in contatto con il mondo. Che è proprio quello che lei rifiuta, non perché sia convinta di bastare a se stessa, ma perché il mondo non le ha mai regalato niente: ha sempre dovuto prendersi quello che le serviva. Elle quindi eroina non femminista, ma donna protagonista che non ha paura del suo inconscio, che guarda in faccia gli orrori del passato e i desideri e i dubbi del presente, Michelle arroccata nella sua aura anaffettiva che la lascia indifferente agli orrori del mondo, ma anche immune dalle blandizie. Un film che non vuol fare la morale, ma sceglie una strada amorale di sicuro disturbante ma quanto mai utile per scrollarsi di dosso la gabbia paralizzante del politicamente corretto.
Image credit: la foto di Erica Arosio è di Gianmarco Chieregato
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4 risposte
Grazie, Erica! La tua recensione mi ha fornito quell’input che mi mancava per decidere se vederlo o meno.
E in quale direzione ti ho fatto andare?
verso il cinema … per vederlo!
Questa invece è una critica “contro”
http://lmsi.net/Elle-ou-l-exception-francaise