Il gruppo Sea Shepherd che dal 1977 combatte con tutti i mezzi le navi giapponesi addette alla caccia ai cetacei si arrende perché la tecnologia del “nemico” rende impari la battaglia. Ma la guerra non finisce certo qui
Dopo dodici anni di inseguimenti, speronamenti e battaglie legali, il gruppo Sea Shepherdabbandona la sua campagna annuale di ostruzione delle baleniere giapponesi nei mari antartici. Motivo, una manifesta inferiorità tecnologica, aggravata dall’accusa ai «governi ostili» Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda di «essere in lega» con il Giappone, frenando le attività di protesta dell’organizzazione per i loro interessi economici. L’annuncio della resa è arrivato dal fondatore canadese Paul Watson, anima di Sea Shepherd dal 1977: «Non possiamo competere», ha detto. Intercettare le navi del nemico è ormai impossibile, perché i giapponesi impiegano tecnologia satellitare militare per sfuggire ai loro inseguitori.
Ci sono anche nuove leggi anti-terrorismo approvate da Tokyo, e l’ingiunzione di un tribunale americano di non avvicinarsi a meno di 500 metri dalle navi giapponesi. Taglio delle reti, motori legati con corde, lancio di bombe puzzolenti e di vernice: ogni mezzo era lecito per mantenere alta la pressione contro il Giappone che, nonostante il divieto alla caccia commerciale alle balene in vigore dal 1986, continua a ucciderle giustificandosi con la “ricerca scientifica”. Il consumo di carne di balena persiste, anche se è in netto calo nell’arcipelago.
Non si tratta di una sconfitta: dando uno sguardo all’ultimo decennio, Sea Shepherd può vantare di aver salvato 6500 cetacei, contribuendo a ridurre la quota annuale di caccia giapponese da 1000 esemplari a 333. Il gruppo di attivisti, idoli ambientalisti per molti, «eco-terroristi» per Tokyo, non ha nessuna intenzione di sventolare la bandiera bianca, precisa, bensì fare un passo indietro e ripensare le strategie. Non abbandonerano le balene.
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