Nel film di Aaron Sorkin, Jessica Chastain è stupenda nel tratteggiare il ritratto di una self made woman che fa carriera organizzando partite di poker al limite della legalità, ma la storia non coinvolger fino in fondo
MOLLY’S GAME
di Aaron Sorkin con Jessica Chastain, Idris Elba, Kevin Costner, Michael Cera, Jeremy Strong, Chris O’Dowd.
Ahimé, è troppo lungo e troppo puntiglioso. Troppo scritto. Sì, Molly’s game è un film con difetti che ne minano la “fruibilità”, probabilmente per l’urgenza del regista (al suo esordio, ma già premiato sceneggiatore di The Social Network e Steve Jobs) di dire tutto, di spiegare ogni cosa. E la materia è complessa, perché da subito arrivano in campo le leggi e le regole del poker. Ma cominciamo dal principio. Molly Bloom (come l’eroina dell’Ulisse di Joyce) è una bambina tosta.
Precoce campionessa di sci acrobatico, pungolata da un padre super esigente e anaffettivo, si libera della famiglia dopo una caduta sulle piste che le rovina la carriera e sbarca a Los Angeles. Non per fare l’attrice, per studiare. Ma il mondo dorato che le si spalanca davanti la seduce, non tanto per i miraggi di ricchezza, quanto per l’irresistibile tentazione di dimostrare al mondo intero il suo valore: Molly può arrivare dovunque, da sola, senza uomini né spinte di alcun genere. Inizia a lavorare come cameriera, ma è così sveglia che si fa notare e un faccendiere la vuole come assistente al suo fianco.
Troppo capace per essere tollerata da un boss egocentrico, viene licenziata, ma ormai ha imparato quello che le serve: organizzare partite di poker de luxe, rimanendo in bilico fra legalità e illegalità. Ben presto al suo tavolo siedono tutti i potenti di Hollywood e poi di New York, con ingressi al tavolo da gioco che superano i 200mila dollari. Lei non fa i nomi, ma fra gli aficionados ci sono stati anche Leonardo di Caprio, Ben Affleck e tutti i più potenti uomini d’affari e di spettacolo d’America. Tallonata dall’Fbi continuerà a non parlare, anche quando rischierà di perdere ogni cosa, riuscirà a costruire con un avvocato di talento la sua difesa, verrà assolta e continuerà a vivere impudente e indipendente, senza uomini al fianco.
Jessica Chastain è stupenda nel tratteggiare il ritratto di questa self made woman, ma la storia non riesce a coinvolgere fino in fondo. Oltre ai difetti di cui ho già detto che rendono il film noioso e troppo lungo, affiorano altre riserve per così dire etiche: la protagonista viene ritratta come un’eroina integra che ha come unica colpa quella di avere costruito da sola una vita di successo.
Noi, umili spettatori, non per moralismo, ma giusto per il beneficio del dubbio, ci diciamo che la fanciulla trattava con mafiosi, si arricchiva col gioco d’azzardo (fa differenza, per la legge sì, per noi, chissà, che guadagnasse solo con le “mance” e non con le percentuali?) e che chiudeva un occhio e forse anche tutti e due sulle attività delle belle ragazze che la circondavano come assistenti. Non per essere moralisti, ma, ecco, forse Molly non è proprio un esempio di capitano d’azienda da imitare. Non lo sarebbe come uomo, non lo è come donna.
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