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Tra “I fantasmi d’Ismaël” c’è soprattutto un amore perduto

La misteriosa sparizione della moglie e la sua inaspettata ricomparsa dopo vent’anni sono alla base della storia raccontata nel film di Arnaud Desplechin da guardare come un sogno perdendosi assieme al protagonista

 

I FANTASMI D’ ISMAËL

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di Arnaud Desplechin
con Mathieu Amalric, Marion Cotillard, Charlotte Gainsbourg, Louis Garrel, Alba Rohrwacher, Hippolyte Girardot, Bruno Todeschini, László Szabó

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Succede al cinema, più spesso coi francesi, che un attore diventi lo specchio di un regista. Mathieu Amalric è da sempre l’alter ego di Arnaud Desplechin, sofisticato autore che da anni segue rigoroso il suo percorso di autoanalisi, sulla creatività, sul mestiere di regista, sulle donne incontrate, inseguite, perdute.

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Qui arriva a un punto fermo, fin dal titolo: non sta raccontando una storia realistica, quindi non fate appello alle spiegazioni della ragione, perché qui abbiamo a che fare coi fantasmi. Quali? Tutti. I fantasmi degli amori vissuti e poi smarriti e di quelli rassicuranti e stanziali, i fantasmi dell’arte e poi quelli dei numi tutelari, gli autori più importanti, i film più amati, i libri a cui deve la sua formazione.

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La storia di Ismaël è dunque un pretesto per affondare le unghie nell’ universo di una creazione artistica che è specchio dell’esistenza. Pretesto è immaginare Ismaël regista in costante febbrile stato di ispirazione alternato a crisi altrettanto febbrili di vuoto. Fantasmi sono anche gli amici, pedine di un universo più articolato e immaginato, quindi tanto reale e doloroso, quanto impalpabile. Ismaël vuole scrivere e dirigere, nonostante la ferita mai rimarginata dell’improvvisa sparizione della moglie, vent’anni prima.

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Vani tutti i tentativi di rintracciarla e la comparsa di un nuovo amore, un’astrofisica, donna di scienza rassicurante e devota, non basta a placarne le ansie. A peggiorare l’inquietudine è l’altrettanto repentina ricomparsa dell’antico amore, senza troppe spiegazioni. Charlotte (lo stesso nome di Kim Novak in La donna che visse due volte) torna, dicendo semplicemente che aveva bisogno di solitudine. Si aspetta che tutto torni come prima e la vita di Ismaël va a gambe all’aria.

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Ugualmente turbolenta è la storia del film che sta girando, protagonista un diplomatico sventato (Ivan Dedalus, e Dedalus non è solo un romanzo di Joyce, ma anche un labirinto) che agisce in uno scenario da Guerra Fredda (attenzione: ci sono scene che ricordano il Terzo Uomo e altri film di spionaggio). Nella confusione limpida di questo universo fantasmatico si perde non solo Ismaël ma anche lo spettatore, seguendo la sorte del suocero – Maestro (László Szabó, attore ungherese fra i protagonisti di L’insostenibile leggerezza dell’essere) che fatica a controllare i fili di una realtà che gli si rivolta contro, e in più deve fare i conti con l’avanzare dell’etù che intaccala sua memoria.

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Un consiglio?
Guardate il film come un sogno e perdetevi assieme al protagonista nei suoi fantasmi, seguendolo nel suo personale Otto e mezzo. La creatività ci guadagna, l’emozione pure e il cinema ne esce gran vincitore.

 

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