RIFLESSI DI CINEMA

Non è così che si racconta il “Lockdown all’italiana”

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Esperimento non riuscito per Enrico Vanzina che alla sua prima opera come regista sbaglia tutto. Leggete perchè.

LOCKDOWN ALL’ITALIANA

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un film di Enrico Vanzina
Con Ezio Greggio, Ricky Memphis, Paola Minaccioni, Martina Stella, Maria Luisa Jacobelli, con Romina Pierdomenico, Harmail Kumar e con la partecipazione di Riccardo Rossi

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A tutti gli effetti è un’opera prima, perché Enrico Vanzina, figlio del grandissimo regista Steno e fratello di Carlo, a cui si devono decine di film fra cui Sapore di mare, Sotto il vestito niente e tante Vacanze di Natale, finora aveva solo collaborato con il fratello. Qui tenta un’operazione sulla scia dei successi di famiglia, citando la mitica commedia all’italiana, i “mostri” che incrociamo tutti i giorni e dichiarando di utilizzare nella migliore tradizione la leggerezza nell’affrontare temi seri senza banalizzarli. Bei propositi, peccato che il risultato sia disastroso.
Sotto un titolo furbo c’è la catastrofe. Dobbiamo essere indulgenti solo perché Lockdown all’italiana è stato girato in un periodo molto difficile? Dobbiamo perdonargli tutto solo perché è un atto di coraggio per dimostrare che il cinema è ancora vivo? Fatelo voi, io passo.

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Il soggetto è, a essere generosi, scontato: due coppie chiuse in casa dall’8 marzo. Come tutti gli italiani. Una borghese, l’avvocato Ezio Greggio e la moglie Paola Minaccioni che ha come unica occupazione quella di spendere soldi (ma la magnifica casa di 350 m2 è un’eredità della zia). L’altra proletaria e “periferica”, aggettivo ripetuta all’infinito nel film, con Martina Stella commessa di un supermercato e Ricky Memphis, taxista ipocondriaco che ha lasciato l’auto in garage. Ezio Greggio è l’amante di Martina Stella, il resto potete immaginarlo. E mescolandolo a una manciata di disagi e pensieri che tutti, o almeno la maggioranza di noi, abbiamo avuto durante i mesi del confinamento otterrete come risultato il modestissimo film.
Gli amanti non possono incontrarsi, i legittimi consorti sbirciano i messaggi sui telefonini e succede il patatrac, ma è impossibile arrivare alle estreme conseguenze di una separazione, perché si è tappati in casa. Si esce solo con la mascherina, si lasciano le scarpe fuori, far la spesa è complicato, si parla con gli amici solo su Skype, si perde tempo in cucina e si fa ginnastica in salotto. Si esasperano le relazioni ma alla fine la forzata convivenza può anche far riscoprire passioni dimenticate.

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Il tema poteva essere trattato in modo brillante, con un po’ di lavoro sui dialoghi e soprattutto sul ritmo, invece tutto è tremendamente scontato, piatto peggio della calma piatta. Il culmine lo si raggiunge nella direzione attori: totalmente inesistente. Sembra che ciascuno reciti stancamente da solo, senza empatia, senza comunicazione, con lentezza. Non un set, ma attori abbandonati a loro stessi. Un film così povero, per forza di cose, di situazioni e scenografie, doveva affidarsi a dialoghi spumeggianti, e  invece proprio non ci siamo.
Gli autori si sono poi posti il problema del Covid in quanto tragedia vera per molti italiani e ci hanno messo una pezza. Come? Incaricando Ezio Greggio, uomo di buona volontà, di un monologo appiccicaticcio, recitato sulla terrazza davanti alla moglie e alla vicina procace. Come direbbero i latini, Excusatio non petita, accusatio manifesta. Se nessuno ti ha chiesto di difenderti e tu lo fai, stai ammettendo la tua colpevolezza. Il povero Greggio dice più o meno, ebbene sì, sono un “cazzaro” perché sto qui a occuparmi di stupidaggini quando in tanti soffrono davvero, ma non pensate di essere migliori di me. Una scena imbarazzante, in cui i tre attori sono uno più impacciato dell’altro e non sanno cosa dire e dove guardare.

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Potrei continuare a enumerare la pochezza della storia, le trascuratezze, la sciatteria generalizzata della sceneggiatura e l’improbabilità degli attori, fra i quali salvo parzialmente Ricky Memphis giusto perché ha scelto un sottotono totale che male più di tanto non riesce a fare. A un certo punto sul finale scopriamo che la vicina (la belloccia ospite del B&B che sta al piano sotto la casa di Greggio-Minaccioni) è di Bergamo. Punto, zero contesto. Probabilmente in una precedente stesura gli sceneggiatori avevano previsto di citare la tragedia grandissima della città, il cuo simbolo è il corteo di bare che ha ammutolito tutti, ma poi non hanno saputo come affrontarla e hanno lasciato perdere. Dimenticandosi di aggiustare il resto.

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Non c’è nessun  problema a raccontare il Covid col sorriso, il problema è che bisogna saperlo fare. Non basta inserire nel film capolavori passati (vediamo Al Pacino in Profumo di donna, Vittorio Gassman in La famiglia e poi Sordi e altri spezzoni) per non dico girare un capolavoro, ma almeno dimostrare di avere imparato qualcosa da quelle meraviglie. Conviene che Enrico Vanzina studi ancora un po’, prima di mettersi al lavoro sull’opera seconda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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