Il film del regista coreano Bong Joon-ho, premiato a Cannes con la Palma d’oro, racconta la storia di una famiglia che fa di necessità virtù: ma la commedia a un certo punto cambia registro e succede che…
PARASITE
Un film di Bong Joon-ho
con Song Kang-ho, Sun-kyuun Lee, Yeo-jeong Jo, Choi Woo-Sik, Park So-dam
Corea del Sud. Uno scantinato, dove per muoversi occorre fare slalom fra mille oggetti e spostarli per far posto ad altro. Quasi ne sentiamo l’odore, quasi ne percepiamo l’angusta umidità. Lo abitano in quattro, padre, madre e due figli, più furbi che intelligenti. Perché devi essere molto sveglio per sopravvivere quando mettere assieme il pranzo con la cena è una scommessa quotidiana. Nessuna solidarietà con i vicini e anzi, c’è sempre qualcuno messo peggio di te. Qualcuno che magari ubriaco orina proprio contro le tue finestre. Vita grama in cui all’improvviso si accende una luce: un amico del ragazzo gli propone di dare lezioni private a una studentessa, in quanto lui non potrà più farlo perché parte. Il ragazzo inizia a lavorare, dopo aver gonfiato ad arte il suo curriculum per farsi assumere.
La giovane studentessa è la figlia maggiore di una famiglia ricchissima, con una casa così bella che sembra quasi arrivare da un altro mondo. E dove si sta così bene che l’improvvisato istitutore pensa di portarci tutta la sua famiglia, mettendo in campo un tranello dopo l’altro per far fuori i precedenti collaboratori. La madre diventa così cameriera, il padre autista e la sorella insegnante d’arte del figlio minore. La famiglia è riunita, i legami di sangue sono clandestini, ma la vita è finalmente una meraviglia e che soddisfazione approfittare di tutti i privilegi dei ricchi, ricchi che sono anche parecchio ingenui, così facili da ingannare.
Per metà film ci godiamo una spassosa commedia sull’arte d’arrangiarsi e riusciamo a far tacere quel retrogusto pesante della differenza di classe sociale e dell’ingiustizia che incombe sulla società, fatta a rigida piramide, con gradini impossibili da superare. Se non appunto con l’inganno, come hanno fatto i nostri quattro prodi.
A metà film succede però qualcosa, squassante come un cataclisma, che fa entrare in scena dal sottosuolo altri protagonisti e tutto si esaspera. Come in un film di Bunuel, come per i ricchi del fascino discreto della borghesia che non riuscivano mai a mettersi a tavola o come per chi attende l’arrivo di un angelo sterminatore.
A quel punto si comincia a pensare che forse i parassiti del titolo non sono i sottoproletari entrati con la frode nella casa dei ricchi, ma proprio questi ultimi. Che i soldi li hanno fatti succhiando il sangue a qualcuno. Eppure non c’è nulla che appesantisca la storia e siamo quanto mai distanti dai proclami ideologici di Ken Loach o dei fratelli Dardenne, anche se pochi altri film hanno messo in scena con tanta lucidità il pensiero cardine del buon Karl Marx: la storia del mondo e delle classi è sempre stata la storia della lotta delle classi.
Ma Parasite rimane solo un film che con spregiudicato salto fra i generi, dalla commedia, al giallo, al pulp esaspera le conseguenze del contatto fra strati sociali che non avrebbero mai dovuto incontrarsi. Nessun ricatto ideologico, solo intelligenza e cinema, ricordando la lezione di Bunuel, appunto, passando anche per Chabrol e Hitchcock. Ma filmando come Ozu.
Una danza dell’orrore perfetta e un’ansia crescente che portano a un finale circolare. Eccessi che scuotono e attori splendidi. Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes: meritatissima.
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