Il ritorno di Hugh Jackman che riesce a rendere affascinante anche la canottiera bianca

In un mondo fantascientifico, Hugh Jackman è lo splendido protagonista di una storia dove l’angoscia di un quotidiano stremato si fonde con una romantica storia d’amore dalle venature mélo

FRAMMENTI DAL PASSATO – REMINESCENCE

di  LISA JOY
con HUGH JACKMAN, REBECCA FERGUSON, THANDIWE NEWTON

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L’apocalisse è fra noi e i film catastrofici vanno alla grande. Poco ottimismo per un futuro prossimo da incubo, stremato da carestie e cambiamenti climatici, forieri di rivolte e conflitti. Uno scenario che si ripete anche in questo film che però mitiga l’angoscia di un quotidiano stremato con una romantica venatura mélo e un tocco femminile capace di addolcire anche gli snodi più drammatici. Il tocco lo dobbiamo alla regista Lisa Joy, molto addentro al mondo della fantascienza perché assieme al marito Jonathan Nolan (fratello di Christopher, il creatore di Inception e Interstellar) ha realizzato Westworld, una serie di grande successo, adattamento televisivo de Il mondo dei robot, cult del 1973 diretto da Michael Crichton.

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Ma torniamo a Frammenti dal passato. Immaginate un’ambientazione ispirata a Blade runner e Strange days. Alluvioni e guerre hanno cambiato la terra, e le città in riva al mare come Miami, teatro della vicenda, sono in gran parte allagate. Solo i ricchi hanno conservato lussuose ville e impeccabili giardini. Gli altri si limitano a sopravvivere, senza nessuna voglia di guardare a un futuro che non c’è si rifugiano nei ricordi.

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Nick Bannister, uno splendido Hugh Jackman, grandioso pure con la tanto bistrattata canottiera, un incrocio fra l’Harrison Ford di Blade runner e l’Humphrey Bogart dei film noir, è l’uomo giusto per aiutare a ripescare le “reminiscenze” del passato. Phisique du rôle da private eye stropicciato, usa la sua abilità investigativa per muoversi nelle menti dei suoi clienti e andare alla ricerca dei ricordi perduti. Non ha il classico studio con la scritta Private eye, non chiede 100 dollari al giorno più le spese, ma in sintonia col suo compito gestisce un laboratorio che si avvale di futuristiche tecnologie:  vasche amniotiche, sensori cerebrali, potenti droghe psichedeliche che permettono ai ricordi di prendere forma attraverso immagini olografiche.

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Nick le amplia e le addomestica per dare ai clienti la consolazione che cercano. Al laboratorio, dove accanto a Hugh Jackman c’è un’inutile e insipida socia, interpretata da Thandiwe Newton, i clienti abituali sono la maggioranza e usano le vasche come in altri tempi altri uomini feriti ricorreva alle fumerie di oppio. Un tempo si si cercava di dimenticare, nel mondo di Frammenti dal passato si fa di tutto per ricordare.

 

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Un lavoro come un altro per Nick, un noioso tran tran, finché non si presenta una cliente speciale, annunciata con un’entrata da femme fatale, una Lauren Bacall, una Veronica Lake 4.0. Abito rosso fasciante da pellicola anni Quaranta e sguardo liquido, di innocente malizia alla Jessica Rabbit. Mae (Rebecca Ferguson) ha una richiesta diversa dai dolori struggenti degli altri clienti, lei, molto banalmente vuole solo ritrovare le chiavi di casa. Il detective, conquistato dalle sue morbide curve non si insospettisce, in compenso lo spettatore sì, ma ormai è preso dal film e quindi continua a guardarlo. Nella vasca amniotica la sensuale Mae ricorda di avere  perduto le chiavi nel suo camerino perché come in ogni noir che si rispetti si esibisce come cantante in un night equivoco. Bene, la bella può tornare a casa. Emergenza arginata.

Quel che succede poi, è facile immaginarlo. Nick si innamora. Perdutamente come si conviene a un investigatore privato. Con inevitabile successivo contorno di grossi guai, perché la misteriosa Mae sparisce. A questo punto Nick è costretto a mettere alla prova la sua abilità investigativa non più aggirandosi nelle menti ma buttandosi a peso morto nella realtà più pericolosa.

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Il film ha alcune indubbie qualità, l’atmosfera retro è azzeccata, fra i due protagonisti scatta la chimica e alla  loro passione ci crediamo, gli effetti speciali sono di gran respiro e Miami sott’acqua è fantastica. Spiccano però alcuni difetti, il primo è una lunghezza smisurata e un ritmo ipnotico troppo compiaciuto, difetti perdonabili. Meno la superficialità in alcuni punti dell’intreccio,  con scarsa coerenza nel meccanismo dei ricordi che appaiono e si nascondono secondo criteri più funzionali  alla sceneggiatura che non di impeccabile rigore.  Ci si passa sopra solo se si condivide l’ossessione del protagonista per il grande amore trovato e poi smarrito e se si fa ogni tanto finta di vivere in una riedizione di Blade Runner.

 

 

 

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